Atti delle tavole-rotonde di presentazione a Roma e a Milano del saggio di Bino Olivi e Bruno Somalvico pubblicato dalla “Società Editrice il Mulino” .
Prima tavola-rotonda: Roma, Sala del Refettorio, Biblioteca della Camera dei Deputati, 3 dicembre 1997
Ha presieduto e moderato il dibattito Giuliano Amato, Presidente Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.
Interventi di: Massimo Fichera, ex Presidente Euronews. Consulente ed esperto di televisione, Enrico Manca, Presidente ISIMM, Vincenzo Vita, Sottosegretario al Ministero delle Comunicazioni
Seconda tavola-rotonda: Milano, Sala del Parlamentino, Palazzo Affari ai Giureconsulti, 27 febbraio 1998
Ha introdotto e moderato il dibattito Stefano Rolando, Direttore Programmazione e Relazioni Esterne Consiglio Regionale della Lombardia
Interventi di: Carlo Momigliano, Vice-Direttore Generale Publitalia• Erik Lambert, Consigliere Presidente Canal Plus, Alberto Contri, Consigliere d’Amministrazione Rai, Guido Vannucchi, Vice-Direttore Generale Rai, Carlo Galli Zugaro, Direttore relazioni esterne Microsoft, Riccardo Perissich, Direttore affari istituzionali Pirelli
Conclusioni di Mario Monti, Commissario Europeo responsabile per il Mercato Interno
Prima presentazione del volume La Fine della Comunicazione di massa, Roma, Sala del Refettorio, Biblioteca Camera dei Deputati, Palazzo San Macuto, 3 dicembre 1997
Presiede e introduce Giuliano Amato, Presidente Autorità antitrust.
Nell’introdurre questa discussione volevo semplicemente segnalare agli amici che parleranno del libro alcune opzioni (che io vedo sull’argomento) che mi paiono importanti. Intanto permettetemi di dire - e lo dico con piacere ai due autori - che questo è un libro di grande valore e che merita a mio avviso di essere letto. Speriamo che l’editore qui presente lo distribuisca con efficacia, come usualmente sa fare, perché ha due caratteristiche che lo segnalano positivamente.
La prima è che questo volume è esplicativo in misura davvero rimarchevole rispetto ad una materia caratterizzata da un linguaggio tecnologico e da un insieme di concetti che fanno capo a discipline tecniche che per il normale essere umano a volte sono difficili da acchiappare. Nella mia esperienza nell’Authority antitrust ho avuto numerose audizioni con esponenti di Telecom Italia, di Omnitel, e di altri gruppi venuti davanti a noi a sostenere le loro cause. A un certo punto dissi ad uno di loro (non posso svelare di quale società) che, non era obbligatorio parlare come scriveva Ronchey una volta e che quindi se riuscivano a parlare in un italiano comprensibile la cosa era più gradita.
Questo libro è scritto in un italiano molto comprensibile e non credo che ciò vada a scapito della precisione tecnica dei concetti affrontati. Per questo chi ha - e tanti di noi le hanno - curiosità sul mondo tecnologico nel quale entriamo, ne è più facilmente appagato che non leggendo altre cose che poi hanno bisogno di 70 dizionari tecnici per essere tradotte in un linguaggio comprensibile.
La seconda qualità che io ho colto in questo libro è che c’è ancora qualcuno (e io gliene sono grato) che affronta queste cose con una forte carica morale, cioè con l’aspettativa che debba esserci un senso forte di missione pubblica in chi ha la responsabilità dei mezzi di comunicazione e, in particolare, in chi ce l’ha grazie al contribuente. Con service public, per l’appunto e non certo a scapito della qualità ma al contrario. E sotto questo profilo il libro è un filo rosso continuo, che poi esplode nelle ultime pagine - dedicate in particolare al servizio pubblico - ed è veramente pregevole in quanto riferito all’Europa.
Siamo sempre alle prese con il buono che l’Europa ha partorito e con le cattive modalità con le quali lo stiamo difendendo, con il rischio di perderlo. Per cui in nome del buono lo stiamo forse distruggendo. Il libro è un appello a salvaguardarlo e quindi ad affrontare con coraggio la sfida dell’innovazione proprio per salvaguardare questa mission publique. E questo l’ho trovato molto bello.
Di opzioni che io vedo sollevate da questo libro ce ne sono tante. Ne voglio sottolineare tre alla quali corrispondono tre interrogativi. Il primo ci invita a capitre se la società tecnologica che metterà davanti a ciascuno di noi potenzialmente almeno 600 canali sarà una società in cui ci sarà più pluralismo o meno pluralismo? La domanda può sembrare paradossale ma è cosi.
Non c’è dubbio che essa offre potenzialità di pluralismo enormi, quali non le abbiamo mai avute con l’opportunità di creare e diversificare il prodotto a diversi livelli, di fornire pacchetti di programmi con diversi break-even points finanziari e di rispondere a diverse aspettative e cioè di servire diversi segmenti di utenza. Però, allo stesso tempo, sarà talmente elevato questo pluralismo e forse - dopo che sarà avvenuta la convergenza tra i mezzi -, potrà, almeno in parte, essere tecnologicamente talmente complicata la fruizione di alcuni di questi canali, che consistente è il rischio che le nostre società si dividano in due: nella quota minoritaria avremo in alto dei gruppi di consumatori tecnologicamente sofisticati e in grado di muoversi agilmente tra tutte le diavolerie tecnologie, e nella parte maggioritaria, invece, tutti gli altri utenti normali che, rientrando stanchi a casa dal lavoro la sera e che non essendo necessariamente abituati nel loro lavoro a trafficare con queste tecnologie, molto probabilmente finiranno col ricevere i nuovi prodotti attraverso service provider che avranno preparato loro dei pacchetti a basso costo, facilmente accessibili. E quindi ci sarà nella società tecnologica un serio problema di organizzazione del pluralismo.
A me pare che la sciagura millenarista secondo cui “la tecnologia porterà al grande monopolio” non sia vera. E questo è importante, perché la tecnologia porta pluralismo, non monopolio. Ma credo che l’organizzazione del pluralismo e quindi la risorsa umana - che è quella che provvede all’organizzazione del pluralismo -, può trasformarlo nel suo contrario. Il che costiuisce elemento di preoccupazione ma offre anche spazi di reazione per raccogliere la sfida. Questo dato è davvero importante.
A questo proposito vi posso raccontare un aneddoto. Quando lavoravo alla CGIL, insieme a Bruno Trentin e ad altri organizzammo molti anni or sono il programma dei piani di impresa e di informazione per i lavoratori - cosa nella quale credevamo moltissimo -. In tale occasione alcune imprese italiane ci scaraventarono addosso tonnellate di informazione. Con il che ci paralizzarono, perché le informazioni erano talmente tante, che nessuno di noi era in grado di decifrarle. Ed eravamo rimasti ignoranti quanto lo eravamo prima. C’è un rischio similare in questa vicenda.
Secondo quesito importante. Che ne sarà delle televisioni europee in tutta questa vicenda dal momento che una larga fetta del mercato evidentemente si troverà nelle mani di service provider collegati ai grandi produttori di programmi, e non sarà certo rappresentata dai mercati di nicchia. E qui il libro di Olivi e Somalvico lancia un giusto campanello di allarme per le televisioni europee, e, al suo interno, un ancor più severo monito per le televisioni italiane: Rai e Mediaset vengono definiti nel libro “Due colossi dai piedi d’argilla”, i quali si troveranno davanti alla sfida mortale dei gruppi più forti e organizzati nel mondo che saranno in grado di produrre programmi concepiti con linguaggio universale, e capaci di raggiungere utenti di paesi diversi ricorrendo a programmazioni in multilingua.
Viene notato giustamente nel libro che televisioni come la stessa Rai e Mediaset devono larga parte del loro palinsesto al loro ruolo per il momento inevitabile di intermediari necessari tra il produttore di programmi, il produttore del film americano, della telenovela americana, del documentario americano, e l’utente. Perché quel produttore non è in grado di raggiungerlo da solo e allora il suo programma viene comperato e viene trasmesso dalle emittenti della Rai o di Mediaset.
Via satellite e in multilingua non ci sarà più bisogno di questa intermediazione. E allora che ne sarà delle nostre emittenti nazionali? Qui si apre tutto uno spazio per la riorganizzazione dell’industria culturale europea. Questo è un argomento sul quale io parlerei ben più di quanto mi è consentito introducendo questo dibattito. Più volte ho avuto occasione di esprimermi su questo punto. Per prenderla dal lato più elementare - io non ho mai accettato l’idea che la nostra debolezza nei confronti degli americani è solo figlia della loro forza prevaricante. Per questo ho fatto arrabbiare Citto Maselli, Lino Micciché e tanti altri che sostengono che gli americani sono più forti perché sono grandi e grossi e perché hanno già un mercato interno di 200 milioni potenziali di utenti, prima che il loro prodotto arrivi al di qua dell’Oceano.
Questo è assolutamente vero. Ma chi ci obbliga a concepire e a produrre soltanto programmi che ormai non hanno corso legale al di là della provincia di Piombino? Prima era quella di Roma, ora è quella di Piombino - che non è provincia, ma lo dico apposta pensando al primo miglior film di un autore toscano.
Chi ci condanna a organizzare il finanziamento della produzione televisiva di opere cinematografiche dando ad un signore - che viene indebitamente chiamato produttore - un pre-pagamento integrale sulla vendita dell’idea, del quale pre-pagamento questo signore cercherà di risparmiare il più possibile nel fare la produzione, del cui successo commerciale a lui non interessa niente perché tanto è già stato pagato?
Ci vuole molto ad organizzare una parte del finanziamento con incentivi che crescono al crescere della diffusione sul mercato europeo e internazionale del prodotto, almeno per una parte di questi prodotti? Ci vuole molto ad organizzare in termini finanziari e produttivi una produzione che riesca ad esprimere personaggi universalmente accettabili come John Wayne? In fondo John Wayne non l’ha inventato il numero 200 milioni di utenti americani. L’ha inventato una intelligente capacità organizzativa.
Se voglio produrre qualcosa capace di andare in tutto il mondo, probabilmente avrò meno “Cicloni”, ma avrò altri prodotti in grado di potersi misurare su quel mercato. Questo è il problema che si porrà, e chi non lo saprà affrontare sarà tagliato fuori, perché a quel punto non sarà più in grado di esserci, perché non servirà più neanche come intermediario.
Il terzo e ultimo interrogativo che sottopongo alla vostra attenzione riguarda la televisione pubblica di cui si parla nelle pagine finali del libro, e lo spazio che saprà ritagliarsi. Qui viene espressa l’idea - e si tratta di una istanza che è rimasta in molti di noi - che servizio pubblico non è una nozione giuridica ma è una nozione culturale. E siamo in molti a ritenere - e qui lo troverete ovvio per questa parte il libro di Olivi e Somalvico, ma, ahimé ci sono delle verità che non cessano di essere vere per il fatto di essere state ripetute mille volte - che, appunto, l’inseguimento della televisione commerciale fa sì che questo servizio pubblico sia tale soltanto di nome. C’è una bevanda che si chiama Coca Cola, tra le altre. C’è una televisione, tra le altre, che viene chiamata servizio pubblico. Ma se questa diventa la fine del servizio pubblico, allora effettivamente esso non ha più molto spazio.
Viene fatto notare che ciò che potrebbe contraddistinguere il servizio pubblico nel nuovo universo sarà probabilmente costituito in futuro dal recupero dell’informazione e della diretta. Questa osservazione mi pare giustissima: in un mondo nel quale per via tecnologica saranno trasmesse centinaia di programmi richiesti a domanda dall’utente, se ne desume che ciò che residua principalmente è la diretta. Quindi è il ritorno alla diretta in realtà l’elemento dirimente e discriminante. Perché non posso chiedere a Tele Più né alla futura pay-per-view di farmi avere un programma che riguarda un evento non ancora accaduto. Anche questa apparentemente è un’osservazione banale, ma è importantissima.
Come è importante per il servizio pubblico - e questo è un altro punto che io vi segnalo - chiarire se il servizio pubblico deve fare il oproprio ingresso nella televisione tematica oppure se deve restare confinato solo in una televisione generalista che ha difeso anche troppo in passato come propria specialità esclusiva. Io personalmente sono tra i sostenitori della tesi che, tanto più sarà servizio pubblico, quanto più entrerà nella tematica. E personalmente ho fatto quello che era nelle mie possibilità per consentire alla Rai di fare televisione tematica, perché non le venisse vietato di cimentarsi su questo nuovo terreno poiché lo ritengo parte essenziale del servizio pubblico.
Certo, c’è televisione tematica e televisione tematica. Alcuni giorni fa ad un seminario italo-inglese - a cui forse alcuni di voi avranno partecipato - la nuova e simpaticissima ministra dell’informazione che si occupa di queste cose per il governo del Regno Unito, preoccupatissima per la globalizzazione delle trasmissioni televisive, ci riferiva come televisione tematica di grande successo quella instaurata grazie ad una signora giovane che non si muove mai dal suo appartamento a New York con una telecamera fissa sul suo letto dove lei per ben dodici ore al giorno da sola o in compagnia fa una serie di esercizi. E questa è televisione tematica di grande successo.
Non mi aspetto certo questo dal servizio pubblico. C’è un‘altra televisione tematica che è diversa da questa, sulla quale mi aspetto che si impegni il servizio pubblico e si caratterizzi. E tanto più la potrà fare, in quanto non si metta con altri. Io non ho capito se l’idea di “tutti insieme appassionatamente” - e tecnologicamente e commercialmente - in Tele Più, è un’idea che nasce dal bisogno di avere la Rai come mamma anche lì o da una volontà della Rai di mettercisi insieme ad altri? Questo io proprio non lo so.
Quello che io so - e sono d’accordo con gli autori - è che è del tutto sbagliato - oltre che assolutamente anticoncorrenziale - che la Rai servizio pubblico non competa sul piano dell’acquisizione della clientela e della qualità dei programmi con i privati che già sono nel settore della televisione a domanda.
In quanto {laddove} questo accedesse, significherebbe già avere rinunciato a questa mission publique che è un qualcosa che l’Europa ha inventato e che l’Europa deve saper difendere sul mercato. Non al di fuori del mercato. Ma deve saperla difendere sul mercato. E quindi, una volta accertato che l’innovazione non ci condanna, ma ci apre delle strade, forse ci dovremmo preoccupare di tenercele aperte e di garantire all’utenza il servizio che questi due signori, scrivendo questo bellissimo libro, pensano che l’utenza meriti di avere.
Vi volevo sottolineare questi tre punti {sui quali propongo che si articoli la nostra tavola rotonda): pluralismo o no dalla tecnologia futura, quale rapporto fra i grandi produttori mondiali e le produzioni asfittiche che fanno gli europei, quale ruolo per il servizio pubblico. La parola a Massimo Fichera
Massimo Fichera
Non mi fa velo la vecchia amicizia con Bino Olivi e la vecchia consuetudine di lavoro con Bruno Somalvico per unirmi al giudizio positivo sul libro {espresso} da Giuliano Amato. Un libro noi sappiamo che è interessante e utile se ci spinge a idee nuove e se sistematizza bene l’esistente. Bene questo libro riesce a fare tutte e due queste cose.
Ha una sistematicità dovuto soprattutto alla sua architettura, che ne fa un vero e proprio manuale. Se voi cogliete l’architettura di questo libro {sembra} un pochino nelle tre parti l’architettura di una ripresa audiovisiva di tipo digitale. Quelle riprese che fanno un totale che poi vanno su un particolare e poi scendono ancora su un altro particolare. {Inizia dando nella prima parte} l’istantanea la situazione del processo della globalizzazione - con la globalizzazione delle reti, la tipologia dei nuovi servizi, la globalizzazione dei prodotto e la globalizzazione delle emittenti e delle strategie di impresa -, si ferma sull’unica misura attraverso la quale si può ragionare su queste cose, la misura minima cioè l’Europa (sotto questa misura è ridicolo ragionare di queste cose), e fa la storia dell’Europa in questo con alcune rivendicazioni importanti della positivitità di alcuni risultati seppure incompleti, sono d’accordo con Amato. E, infine, nella terza parte, coglie un particolare che è l’opzione su quello che gli autori ritengono sarà il vettore principale del futuro, la pay television, il sistema visuale a pagamento diretto. E’ un’opinione sulla quale sono abbastanza d’accordo e comunque rappresenta l’elemento di analisi dell’ultima parte.
Ne viene fuori, lo ripeto, un manuale. Io l’ho cominciato ad usare questo libro facendo ricorso come schedario all’indice dei nomi. Se mi capita un nome per una questione lo vado a cercare nell’indice di questo libro e poi lo vado a cercare nelle pagine relative e mi dà delle notizie aggiornate. Ed ha una sistematicità così completa che aiuta poi a fare venire delle idee nuove, perché da un panorama così completo si viene spinti anche alle idee nuove. A questo punto però, diciamolo pure: il merito della suggestione verso le idee nuove è merito anche della materia che trattano. Io non credo che oggi ci si possa occupare di questo settore senza affrontarlo con uno spirito innovativo
Io so nella mia vita professionale di avere su questo piano forse addirittura ceduto: io sono stato giudicato un utopista, uno che correva troppo avanti, troppo a sogni, ecc. Questo può anche essere vero. E’ indubbio che non si può affrontare l’osservazione di questo sistema senza uno spirito innovativo. Si badi, sia chiara una cosa: il sistema della comunicazione cambia per cerchi eccentrici. Il sistema della comunicazione non è né saturnino né edipico: né i padri mangiano i figli, né i figli mangiano i padri. Cose nuove si aggiungono a quelle esistenti. Il futuro non cancella mai il passato.
In questo senso, forse, una correzione si può anche apportare al titolo: non è che è finita la comunicazione di massa (va benissimo come titolo per intenderci su quello che vogliamo dire). Ma alla comunicazione di massa, al mass medium si è aggiunto l’individual medium. Il mass medium non rappresenta più il totale del sistema della comunicazione. Oggi si svolge anche, cresce accanto ad esso, come arco di possibilità, quello che va verso l’individual medium.
Ed è il caso, per parlare di un argomento che tanto tormenta adesso, della tv generalista Tutti sono preoccupati. Ma la tv generalista si dice che muore. Non è vero continua a vivere e ciò può costituire uno dei pretesti per non porsi i problemi. Non c’è affatto da preoccuparsi: la tv generalista continuerà a vivere tranquillamente. E rimarrà probabilmente e direi stabilmente,. forse la porzione quantitativamente maggiore del sistema delle comunicazioni di massa. Il trend americano come sempre è un trend indicativo un po’ per tutto il mondo e l’ascolto è passato dal 87 al 60%. Sul 60 si è assestato. Potrà avvenire ancora qualcosa {scendere al 49% come avvenuto per i tre grandi network storici mediamente nel prime time} ma la tv generalista continuerà ad esistere. Nessuno le toglie il lavoro.
Una cosa però è certa. Chi si occupa di sviluppo del sistema si deve occupare di altre cose: la tv generalista non è più il motore di sviluppo del sistema. Rappresenterà una parte conservativa, importante, fondamentale, che non potrà per suo conto innovare perché deve tenere conto del nuovo contesto, però lo sviluppo sta da un’altra parte, sta in un tipo di comunicazione che è diversa da quella generalista.
Ed è occupandomi dello sviluppo, guardando che cosa avviene nello sviluppo, e di fronte alla tumultuosità, alla diversificazione, alla pluralizzazione di questo sviluppo, che io mi chiedo se stiamo facendo tutto. Ecco una delle riflessioni a cui invita il libro. Mi chiedo se stiamo veramente tirando tutte le conseguenze da questo fenomeno di innovazione e di modificazione del sistema che sta avvenendo?
Questo è un sistema che ci deve far chiedere, osservandolo (non ripeto nella sua parte stabile che è e rimane lì, che va anch’essa modificata, ma di fronte alla quale si può agire con posatezza, con pacatezza). Ci dobbiamo chiedere se nella sua parte innovativa noi stiamo tirando tutte le conseguenze di questo processo innovativo? Se le stiamo tirando a livello di elaborazione delle nuove regole del sistema, se le stiamo tirando a livello della strategia delle aziende che vi operano.
Certo, la crescita è tumultuosa e mette anche un po’ paura. Il gap culturale esistente anche tra noi operatori, ancora più drammatico quello fra la classe politica e quello che sta succedendo in questo settore, è ampio e si accresce. Siamo di fronte ad un sistema dove - c’è una frase nel libro molto bella che lo ricorda - per la prima volta nella storia dell’economia industriale è quasi impossibile ogni previsione sui risultati degli investimenti: non è più possibile il criterio di pianificazione a cui eravamo abituati.
Se la prudenza è necessaria, il conservatorismo inerziale può essere letale, può fare rimanere i settori {nazionali}? sottosistemi. Per i paesi che non sono pronti {alla sfida}, che non sono disposti a prendersi rischi, che non sono disposti a giocare questa partita con le carte con cui va giocata la partita stessa, questa prudenza li può portare all’espulsione dallo sviluppo del sistema. Bisogna partire dall’accettazione che vanno cambiate le regole del sistema, che vanno cambiati ad adeguati i soggetti che vi operano. La struttura dei soggetti che vi operano non è più, non può essere più quella dei soggetti che vi operavano prima. Che va cambiato il prodotto: la parte innovativa del sistema ha bisogno di un nuovo tipo di prodotto.
Detto questo - che è molto facile a dirsi - la domanda è: in che direzione: mi rendo conto che è un cammino difficile. Perché, a parte questo carattere fluido, rimane un sistema eracliteo in cui nessuno ha ancora scoperto qual’è il clinamen ossia qual’è la logica che sta dietro a questa mobilità. E’ anche un sistema difficile, un sistema pieno di contraddizioni e di difficoltà, in cui si scontrano possibilità diverse e spesso opposte. Vorrei dare un esempio proprio di questa difficoltà di sistema e di queste contraddizioni. Io mi sono divertito a fare un elenco delle contraddizioni interne del sistema, in cui si può prendere una strada, si può dare una risposta e si può dare il suo contrario sullo sviluppo del sistema. Ne cito quattro:
1. Globalizzazione-personalizzazione. Certo che è un sistema globalizzante: globalizzazione delle reti, globalizzazione del prodotto e delle strategie di impresa. Ma è un sistema anche personalizzante, ossia il suo perfetto opposto: è un sistema che a livello di reti distributive, a livello di prodotti, a livello di strategie di impresa è anche estremamente personalizzante. E’ questa una prima contraddizione all’interno del sistema.
2. Macro e micro. Pensiamo alla forma dei soggetti che vi operano: da una parte sembra che gli unici legittimati ad operarvi siano le grandi multinazionali, i grandi conglomerati che si vanno formando e che agiscono ormai solo sul piano internazionale. Spesso per grandi aree regionali si va verso la presenza di tre sole grandi aggregazioni.
Nello steso tempo però è un sistema che richiede una flessibilità organizzativa estrema. Le imprese operative che vi operano sono, a differenza di quanto dicevamo prima, piccole imprese. L’altro giorno leggevo che Microsoft sono 20 mila quante erano quelle della mia Olivetti quando ci lavoravo negli anni Cinquanta. Ma 20 mila è già una misura gigantesca. Le piccole, piccolissime imprese che operano sono il sale dello sviluppo di questo sistema. Come scegliere, come equilibrare questo processo da una parte e dall’altra?
3. Alleanze-concorrenza. Terza contraddizione del sistema. Chi opera in questo sistema deve fare una politica di alleanze o deve fare una politica di concorrenza? Questo è un carattere particolare di novità che ha questo carattere del sistema. Se studiamo la mappa dei processi che avvengono in Europa (a me è capitato di doverlo fare per motivi professionali), {osserviamo che} sono alcune centinaia le operazioni di fusioni che sono state realizzate tra operatori del sistema: in Germania Bertelsmann e Kirch, cioè i due grandi concorrenti nella tv generalista, sono assieme in alcune centinaia di medie e piccole imprese.
Sembra che chi entra nel sistema, invece di essere spinto subito alla concorrenza, sia spinto dalla stessa complessità del sistema ad una prudenza nelle alleanze. Io ho, ahimé, il malinconico privilegio di avere più ricordi della maggior parte di voi, in particolare degli anni Cinquanta. Mi ricordo gli anni del buon vecchio capitalismo che nasceva in Italia. Quando entrava in un campo il vecchio capitalista si metteva la fascia sulla testa, l’uncino nella mano sinistra e andava all’attacco della concorrenza. In questo settore nuovo no, non si parte all’arrembaggio.
Oggi si è presi - cito un’altra fase del libro - dall’ansia e dalla convulsione dell’imprevedibile. Le difficoltà di prevedibilità del sistema spingono a forme di alleanze {estremamente} prudenti. Giuliano Amato ne ha citato una. E’ esemplare quel che è avvenuto in Italia. Nel momento in cui nasce il nuovo sistema {digitale}, il primo scatto che avviene fra i diversi operatori del sistema non è quello verso un’aperta concorrenza, come ci si sarebbe aspettato, ma è verso un terreno comune, una piattaforma comune sulla quale operare congiuntamente.
E le alleanze non sempre sono strutturali, cioè tendono a formare dei conglomerati multimediali che siano in grado di rispondere nella loro struttura alla diversificazione del mercato. Spesso sono casuali. Negli Stati Uniti succede che le grandi televisioni vengano comprate - come nel caso di CBS da Westinghouse e in quello di NBC dalla General Electric - da grandi conglomerati che si ristrutturano, si riattrezzano per affrontare la complessità del sistema {e del mercato}. Ciò non avviene sempre da noi. Questa doppia strada è un’altra di quelle che ho chiamate le aporie del sistema.
4. Riformattazione-innovazione del prodotto. L’ultima che vorrei citare è una contraddizione che c’è sul prodotto. La scelta è - ed è una scelta drammatica, una scelta di contrapposizione -: innovare il prodotto tradizionale attraverso un sistema di packaging attraverso un sistema di post-produzione {e di messa in onda automatizzata} che lo rinnovi, o tentare la strada dell’innovazione del prodotto, di un nuovo prodotto?
Questo è un altro problema drammatico anche perché storicamente il momento più difficile delle rivoluzioni tecnologiche è la creazione del nuovo prodotto adatto alla nuova tecnologia. Ora, in questo campo le scelte non sempre sono andate in questo senso. Anzi, devo dire che appare una prevalenza per una scelta di adattamento del prodotto esistente. Io non credo che questa sia la scelta giusta.
Io personalmente ad esempio non riesco a rassegnarmi all’idea che le reti tematiche si realizzano affettando la televisione generalista. “Chiudiamo la televisione generalista e la affettiamo in tutti i suoi settori principali. Con il risultato oltretutto che, siccome nel settore della tv tematica bisogna offrire non la tv tematica ma il bouquet, il risultato massimo è che avremo un bouquet con tutte le fette della tv generalista ma avremo reinventato la televisione generalista. Anziché in verticale la avremo reinventata in orizzontale.
Non è forse giunto il momento di misurarsi con il nuovo prodotto, con qualcosa che, per carità, nessuno di noi sa che cosa sia, ma che parte da una constatazione che bisogna pur fare. Il nuovo linguaggio, il linguaggio della multimedialità, non è un linguaggio lineare. Sino adesso i mezzi audiovisivi hanno mutuato dalla letteratura un linguaggio lineare che sviluppa soggetto, predicato e complemento. Il linguaggio della multimedialità è invece un linguaggio circolare dove il testo e il contesto agiscono e interagiscono l’uno sull’altro e in cui bisogna inventarsi un nuovo sviluppo della narrazione. Probabilmente mi chiedo se non sia il caso di lavorare in una nuova direzione. Tradizionalmente un programma radiotelevisivo veniva offerto da una parte, mentre dall’altra parte veniva offerto un servizio. Ora mi domando se non valga invece la pena di mescolare insieme queste cose.
Così come si è fatto l’info-tainment, l’informazione mescolata all’intrattenimento, si potrebbe fare il pro-vizio, che non è un’esortazione alla lussuria ma un invito a chiedersi se non ci sia, forse, un tipo di programma che può usare la caratteristica propria della medialità poiché è una caratteristica propria e inedita per creare un nuovo tipo di prodotto. Credo che da questo scaturisca l’importanza - questa è una conseguenza precisa - della formazione in questo campo.
Se c’è una cosa su cui è sicuro che valga la pena di investire è sulla formazione del nuovo personale. Il nuovo produttore del linguaggio multimediale non può non avere le doti di creatività, le doti di fantasia del produttore tradizionale, ma deve conoscere i nuovi linguaggi della tecnologia, ossia deve essere come si dice con un’immagine - un ingegnere con il diploma di violino al conservatorio. Questo nuovo personaggio, questo nuovo produttore va formato, {non si inventa da solo}. E quello è un settore decisivo
Le contraddizioni che ho qui esposto sono certo difficili {da superare}. A mio parere non si entra come Paese, come sistema di aziende, non si entra nella nuova multimedialità se non si affrontano queste contraddizioni e si cerca di risolverle.
E’ compito di chi governa il sistema, l’autorità che governa il sistema non può non farsi carico di questa responsabilità, sapendo che deve certo garantire lo sviluppo questo caso. Altrimenti c’è poco da garantire. Non resta nulla.
E’ compito di chi governa le aziende, entrare in questo nuovo campo di contraddizioni. Senza farsi vincere dalla stanchezza. Riconosco che la stanchezza è facile soprattutto per chi lavora in televisione. Abbiamo vissuto in venti anni due rivoluzioni. Venti anni fa abbiamo dovuto cambiare tutti i nostri comportamenti {perché è intervenuto un primo radicale cambiamento). Dal monopolio eravamo passati allora alla concorrenza e alla televisione commerciale. Eravamo appena convinti di essere riusciti a riadattarci a questo nuovo sistema, che tutto oggi viene di nuovo rimesso in discussione. Quindi è facile cedere alla stanchezza. Ma non è possibile farsene vinti.
Bisogna sapere che occorre giocare su tutti i tavoli della medialità. Che ad esempio chi opera nel campo della televisione oggi arriva nella casa. Ma la casa moderna oggi è una casa-salotto, è la casa-cinema, è la casa-ufficio, è la casa-scuola. E quindi non puoi, se vuoi arrivare nella casa, non fornire un servizio che copra tutto questo spazio. Sapere che bisogna evitare di vedere i nuovi business come strumenti di copertura e di difesa dei vecchi business. Questo è un rischio drammatico che corrono gli operatori che entrano oggi nel nuovo sistema, quando essi vi entrano {solo perché dettati da} un’esigenza di difesa del loro core business tradizionale. No, il nuovo business va giocato con generosità per quello che è. Se vogliamo sviluppare il sistema, se vogliamo fare entrare il paese anche in questa area innovativa, occorre accettare - torno a dirlo - il rischio e quindi va anche accettato quel tanto di accusa di utopia che può venire.
Replica di Giuliano Amato a Massimo Fichera
A proposito del comprare il nuovo per difendere il vecchio. Non so se sapete - è una delle tante cose che mi sono passate davanti all’antitrust - che un grande produttore americano di popcorn e prodotti similari ha comprato alcune catene di {sale} cinema{tografiche} allo scopo di aumentare la vendita del popcorn. Quindi la qualità del prodotto culturale da difendere attraverso il cinema gli interessava ancor meno di quanto sembri interessi ad alcuni grandi proprietari di sale, perché per lui il problema è il popcorn. Nella logica conglomerale vengono anche fuori questo tipo di profili. La parola a Enrico Manca
Enrico Manca (testo rivisto dall’autore)
Con piena convinzione mi associo ai giudizi positivi dati da Giuliano Amato e da Massimo Fichera sul libro di Olivi e Somalvico. L’ISIMM è ben lieto di essere stato tra i promotori di questo incontro insieme alla Società Editrice il Mulino che ha dato alle stampe il volume. A me viene un’immagine un po’ strana per un libro così ponderoso. Alla fine della lettura del libro ho avuto l’impressione - come in quei libri per ragazzi che si aprono e viene fuori la figura di Pluto o Paperino - di vedere una figura simbolica: la “globalizzazione” che mi pare essere parola chiave di tutto il libro. La globalizzazione é ormai una realtà che va vista come un fenomeno reale e non più virtuale - come siamo stati abituati sino qualche tempo fa a pensare e come molti ancora considerano -.
L’altro elemento che induce alla riflessione mi pare sia il fatto che dal libro emerge la sensazione netta che l’Italia giunga impreparata a questo grande mutamento epocale. C’è quindi il rischio che l’Italia subisca il modo molto drammatico la globalizzazione - come emerge dalle osservazioni introduttive fatte da Giuliano Amato - . Nel libro di Olivi e Somalvico sono ben evidenziate le ragioni della disfatta, circa 20 anni fa, dell’industria elettronica di consumo italiana, degli effetti negativi di quella che fu allora chiamata la politica dell’austerità, la miopia del legislatore nell’impedire lo sviluppo della televisione via cavo.
Ha quindi ragione Giuliano Amato quando dice che per l’Europa - e comunque sicuramente per l’Italia - c’è il rischio di essere terra di conquista non solo per le multinazionali dell’elettronica di consumo (come ormai avviene da diversi anni) ma anche per grandi gruppi che operano nell’audiovisivo e nelle telecomunicazioni.
Massimo Fichera ne ha già accennato. Ne accenno anch’io; qualcuno dirà sia pure con il senno del poi. Si può naturalmente obiettare: dove eravate? Avete avuto delle responsabilità politiche, delle responsabilità istituzionali, delle responsabilità nell’azienda di servizio pubblico!
E’ anche vero che su questo tema forse Massimo Fichera era considerato un po’ monomaniaco, Ma non era solo: eravamo un gruppo che insisteva molto sul problema dell’innovazione nei mass media. Dalle notti in bianco di appassionate discussioni sulla riforma della Rai, dalla sede della presidenza della Commissione Industria e anche dalla presidenza della Rai, questo tema del rischio mortale del ritardo nell’innovazione tecnologica, lo abbiamo sempre denunciato. Gli autori del libro - oltre a sottolineare il rischio del ritardo italiano - forniscono anche alcune indicazioni per non subire passivamente il processo di globalizzazione, ma per esserne protagonisti attivi.
Da questo punto di vista, mi pare che l’indicazione sia precisa: sforzo congiunto delle imprese da un lato e dello Stato e soprattutto degli enti locali dall’altro, che abbia come obiettivo la costruzione di quello che già in altre occasioni abbiamo chiamato il Welfare State intelligente. Rendere dinamico il sistema, realizzando in tempi ragionevoli un reticolo elettronico che metta in connessione tutte le diverse infrastrutture di rete: satelliti, reti via cavo, radiodiffusione terrestre e reti cellulari, sistemi che non possono più essere pensati e considerati separatamente uno dall’altro.
Ma attenzione - avvertono ancora gli autori - e questo è un tema di grande importanza e attualità - : la modernizzazione del sistema italiano deve avvenire salvaguardando due principi elementari: la tutela delle regole della libera concorrenza e la protezione dell’ambiente (la proliferazione di tante padelle antiestetiche sui tetti dei nostri centri storici) e della salute (i pericoli e la nocività di certe radiazioni).
Occorre evitare naturalmente di costruire inutili cattedrali nel deserto, perché prive di servizi veramente utili o perché difficili da utilizzare per i cittadini comuni. Con uno slogan potremmo dire che per ogni lira investita nelle nuove infrastrutture di rete e nell’hardware, un’altra lira deve essere investita nei servizi e nel software.
Obiettivo deve essere quindi - per rispondere al primo interrogativo posto da Amato: più pluralismo o meno pluralismo? - un grande piano per la multimedialità diffusa. Questo obiettivo dovrebbe essere assunto dal Parlamento e dal Governo: una grande campagna di alfabetizzazione attiva multimediale per il maggior numero possibile di cittadini. Per evitare una nuova - forse ancora più drammatica - emarginazione sociale.
Vorrei dire insomma - rievocando alcuni concetti espressi prima da Giuliano Amato - che la “Nuova frontiera” della democrazia e del riformismo sta proprio nel riformare lo Stato sociale nell’interesse delle nuove generazioni del futuro e - lo ribadisco - sta nel costruire lo Stato sociale intelligente. Ciò significa che i cittadini del Duemila devono essere messi nelle condizioni di accedere ai servizi multimediali non solo per quanto riguarda l’informazione e l’intrattenimento, ma anche per quanto riguarda la vita quotidiana di ogni giorno e in particolare le utenze domestiche.
Questo è un grande piano che investe al contempo innanzitutto la scuola, ma anche la sanità e l’assistenza domiciliare e altre amministrazioni pubbliche come ad esempio le finanze. E’ un piano che interessa non solo le imprese che operano nella comunicazione, nell’editoria, nella posta e nelle telecomunicazioni in senso stretto, ma anche altre aziende che si rivolgono alle utenze domestiche, ossia forniscono o erogano loro servizi: acqua, gas, elettricità, compagnie di assicurazione o società di telesorveglianza.
Credo che originali forme consortili fra questi soggetti così eterogenei potranno farsi carico degli ingenti costi infrastrutturali delle reti. Questi consorzi promossi sotto l’impulso degli enti locali e dei Comuni potrebbero tra l’altro consentire di evitare i rischi evidenti di costituzione di nuovi monopoli. Nello stesso tempo lo Stato centrale dovrebbe naturalmente vigilare affinché nella costruzione di questo moderno reticolo elettronico vengano seguiti quei principi di equità e di perequazione adottati per il cosiddetto servizio universale nel campo delle telecomunicazioni.
Ma credo che questi consorzi non devono limitarsi a costruire e condividere le reti di questo nuovo grande reticolo elettronico nazionale. Credo che nell’ambito di questi consorzi possano nascere quei nuovi servizi multimediali innovativi ai quali accennava Fichera.
Solo così - con questo nuovo sforzo creativo - si può fornire una svolta, dar vita ad una rivoluzione epocale, riuscendo a governare il complesso periodo di transizione dalla società industriale - ormai alle nostre spalle - verso la società dell’informazione. In caso contrario, forte è il rischio che - almeno in una prima e lunga fase di avvio - si accentui il gap fra nord e sud, e all’interno delle stesse società postindustriali più avanzate, il gap fra i due terzi ricchi e alfabetizzati e il rimanente terzo povero e privo di accesso alla multimedialità diffusa.
In questo contesto la Rai trova di fronte a sé e deve rivestire una nuova grande missione di servizio pubblico. Leggendo il libro mi veniva in mente - molti di noi lo ricordano - una grande trasmissione, quella del maestro Manzi appena scomparso, che in regime di monopolio era allora assai più popolare di quanto non lo siano certi conduttori televisivi di oggi. Si chiamava “Non è mai troppo tardi” e la Rai dette effettivamente, con grandi riconoscimenti internazionali, un grande contributo all’unificazione linguistica del nostro Paese.
Penso che, a distanza di alcuni decenni, un servizio pubblico che io proporrei di chiamare da questa nuova fase in poi, RAIM-TV, e cioè servizio pubblico radiotelevisivo multimediale. Credo che potrebbe essere un suggerimento - e mi rivolgo al Sottosegretario alle Comunicazioni Vincenzo Vita - da poter dare al legislatore nel momento in cui si appresta a realizzare la riforma del servizio pubblico.
Naturalmente la globalizzazione investe non soltanto l’informazione ma anche i prodotti dell’industria dell’intrattenimento. E, forse, su questo punto, si può trovare una risposta alle domande che più insistentemente in questi giorni ho visto sui giornali a proposito dei flop di alcuni programmi di intrattenimento che tradizionalmente godevano di grandissimo ascolto.
C’è probabilmente una risposta più profonda di quella che è stata data sui giornali. Credo che sia un mutamento reale del gusto del pubblico. Esso è anche l’effetto della globalizzazione e quindi di una cultura diversa che si va diffondendo, anche se non ancora in modo compiutamente consapevole, nel cittadino e nel telespettatore che non hanno più solamente come pietra di paragone il confronto fra Pippo Baudo ed Enrico Montesano, ma cercano probabilmente qualcosa di nuovo.
Da ultimo vorrei fornirvi alcune osservazioni rispetto a due quesiti posti da Amato. Ad uno ho già implicitamente dato risposta sottolineando il rischio di penalizzazione del sistema-Italia e di emarginazione delle imprese televisive italiane, di Mediaset e della RAI, nel nuovo mercato globale. Si pone quindi la necessità di una risposta decisa da parte delle due grandi aziende italiane proprio nel momento in cui si apprestano ad entrare e a partecipare alla piattaforma digitale nazionale, uscendo - spero - da quella concezione che non chiamerò più “nazional-popolare” bensì “nazional-provinciale” nella quale oggi molti spettacoli, troppi programmi, troppe trasmissioni della televisione pubblica e di quella privata sono rimasti confinati.
Non mi soffermo sull’altro punto - perché è già stato ben sottolineato da Giuliano Amato - il problema delle regole. Naturalmente nel libro si evocano con molta forza e convinzione anche le posizioni del Commissario europeo Karel Van Miert in materia di tutela della concorrenza e di lotta contro gli abusi di posizione dominante. Condivido le affermazioni recenti di Amato che individua la necessità di affrontare il problema delle regole e della concorrenza sul piano planetario - che poi devono naturalmente calare anche nelle situazioni locali.
Ultima osservazione per quello che riguarda la Rai. Consentitemi intanto di ricordare qualche passaggio in cui Olivi e Somalvico hanno fatto giustizia di alcuni luoghi comuni sul servizio pubblico, in presenza di tante polemiche vecchie e nuove attorno al tema classico dell’influenza della politica e dei partiti sul servizio pubblico radiotelevisivo. Io ho fatto un’annotazione. Ancora oggi spesso si punta l’indice d’accusa contro quella che negli anni passati veniva chiamata lottizzazione. Adesso non si utilizza più il termine lottizzazione. Si usa - con un peggioramento a mio giudizio grave - il termine di occupazione - che è una cosa qualitativamente molto diversa.
Consentitemi di dire che la lottizzazione - è un’osservazione socio-linguistica - presuppone il latifondo. Nelle consuetudine agrarie ad essere lottizzati sono i vastissimi possedimenti che appartengono ad un unico soggetto. Ne consegue che la ridistribuzione delle terre sia da interpretare come un fatto democratico e pluralista. Quando è stata fatta la lottizzazione - fuor di metafora - c’era il fondo della Democrazia Cristiana ed, effettivamente, la lottizzazione, insieme ad aspetti indubbiamente negativi, ha avuto degli aspetti positivi, che non possono essere liquidati con molta superficialità, di democratizzazione e di pluralismo.
Aggiungo che nel momento nel quale - nella tanto vituperata organizzazione delle reti e dei telegiornali - vi era una rappresentanza di oltre il 90% dell’elettorato italiano, vi era sostanzialmente una rappresentanza democratica e pluralista assai più articolata di quanto si creda a prima vista. Voglio chiarire: la mia non è una polemica con l’attuale situazione della Rai o con il Governo diretto dall’Ulivo, perché la questione dell’occupazione veniva già rivolta ai tempi in cui Berlusconi e il Polo operavano nel governo del Paese e in quello della Rai e viene oggi usata dall’opposizione nei confronti dell’Ulivo e della Rai.
Nel passaggio dalla fase della lottizzazione siamo passati con accuse reciproche al concetto di occupazione. Da questo punto di vista mi pare che ci sia stato effettivamente un arretramento. Probabilmente un arretramento che può essere positivo se questo serve finalmente a porre con i piedi per terra la questione di separare nettamente attività di indirizzo e di gestione, e di distinguere anche sul piano societario le funzioni di servizio pubblico e le attività di impresa di natura commerciale. E mi pare che finalmente ci si stia orientando a muoversi verso questa direzione. Mi auguro che si arrivi assai presto a questo nuovo assetto.
Vedo che adesso ci si muove attorno al progetto di una Rai holding della comunicazione. Qualcuno, per attaccarla, ha detto che questa era una idea dei socialisti. Si, confesso la colpa, era un‘idea dei socialisti ed è stata un’idea positiva: mi rallegro che oggi ci si muova in quella direzione. Naturalmente mi auguro che questa proposta non venga snaturata ma che si segua una via molto lineare.
Mi auguro quindi che si determini un’effettiva distinzione fra indirizzo e gestione attraverso l’istituzione di una fondazione, una sorta di Consiglio dei Governatori che sia di indirizzo e di sorveglianza, e - vorrei aggiungerlo - che sia eletto dal Parlamento. Perché non vorrei che 22 anni dopo la Riforma del 1975 (che portò la Rai sotto l’influenza del Parlamento e che poi ha avuto certamente anche delle involuzioni con la partecipazione di tutti ma aveva certamente costituito un passo avanti), si venisse a sottrarre al Parlamento una prerogativa e una funzione democraticamente molto importanti.
Mi auguro altresì che si vada effettivamente alla costituzione di società operative da un lato al 100% pubbliche, ossia sotto il controllo totale della Holding e sotto la vigilanza della Fondazione che la presiede, per le attività di servizio pubblico; dall’altro di società operative con presenza anche maggioritaria dei privati per tutte quelle attività di impresa - che è giusto che vadano totalmente sul mercato e come tali non debbano beneficiare del canone -.
Con questo duplice intervento si potrebbe infatti contribuire ad una razionalizzazione e riqualificazione delle risorse. Esprimo qui una riserva, un forte dubbio con quanto deciso recentemente dal legislatore quando ha voluto sottrarre la pubblicità alla terza rete anche per conferirle una maggiore connotazione di servizio pubblico. C’è il rischio paradossale di ottenere con questa medicina l’effetto contrario, concentrando le risorse pubblicitarie sulla prima e sulla seconda rete, con l’effetto che la spinta alla concorrenza sia tale da rafforzare (anziché frenare) la tendenza verso l’omologazione dell’offerta con quella della televisione commerciale.
Credo invece che sarebbe opportuno uno sforzo maggiore di immaginazione sul futuro delle tre emittenti della Rai. Se sono programmi di tv post-generalista - come la chiamano gli autori - allora si possono continuare a finanziare con un sistema misto e quindi anche con la raccolta di pubblicità temperata dal contributo del canone -, ma lo si deve fare guardando verso nuove aree territoriali, verso quelle due aree - a prima vista contraddittorie ma dalle quali probabilmente nascerà quell’innovazione auspicata da Fichera - che sono l’area locale, l’informazione e i servizi o, se si preferisce, i servizi di prossimità da un lato, e l’area sovranazionale che risponde alla nuova sfida posta dalla globalizzazione, assecondando al contempo i nuovi gusti degli utenti, dall’altro.
Se sono programmi di servizio pubblico in senso stretto (come il canale parlamentare, quello per le nostre comunità all’estero, per le minoranze etniche in Italia o per la tutela delle nostre industrie culturali debole e per l’alfabetizzazione multimediale degli italiani) allora dovranno ricorrere a quote di canone e ad apposite convenzioni o contratti di programmi con lo Stato e gli enti locali nell’ambito del ridisegno dello Stato sociale al quale ho accennato prima.
Se sono servizi a pagamento i loro introiti devono infine essere consentiti a tutti, anche alla Rai, utilizzati per finalità di impresa e, in primo luogo, per finanziare la produzione, la promozione e la distribuzione di quei nuovi prodotti ad utilità ripetuta - ben descritti nel libro - destinati ad operare in un mercato globale senza protezioni, rispondendo unicamente - come i film di John Wayne ricordati prima da Amato - alla logica di un’impresa con capitali di rischio.
Queste sono le osservazioni che volevo sottoporre alla meditazione dei presenti. Spero che la Rai - che mi sembra sia stata un po’ lasciata sola dalle forze politiche, sembra un paradosso - possa di nuovo - come auspicato nelle pagine conclusive del libro di Olivi e Somalvico - beneficiare di quella capacità di indirizzo e di volontà da parte della politica che mi pare essere indispensabile per il rilancio del servizio pubblico.
Replica di Giuliano Amato a Enrico Manca.
Salvo l’interesse enorme che suscitano i concetti di lottizzazione e occupazione in diritto agrario e in diritto della comunicazione, sottolineo questa cosa giustissima, che, prendendo spunto dalle conclusioni del libro - Enrico Manca ha sottolineato sulla Learning Society e il ruolo che può svolgere il servizio pubblico per la Learning Society.
In effetti nei grandi momenti di cambiamento non basta preparare i PHD. E’ verissimo che occorre fornire chiavi conoscitive a più larghi strati delle popolazione. Non é vero che si può’ affrontare con successo l’innovazione tecnologica aumentando solo il numero dei PHD. Questo proprio è un errore tragico, che non fanno i cinesi, che non fanno quelli di Singapore anche se sono pochi, che non fanno gli americani.
Devo dire che se l’Italia - e buona parte dell’Europa - mi danno proprio la sensazione della volontà di declino o della non sufficiente volontà di sottrarsi al declino, è perché non ci vedo quello spirito di frontiera e di diffusione della nuova cultura per metterla a disposizione del numero più ampio di persone. E’ questo che dà il segno della voglia di esserci anche noi e non della voglia di rimanere come eravamo.
E’ vero. Al di là dell’uso che si può fare della televisione tematica che in qualche modo il servizio pubblico già fa, perché io che sto attento a registrare le cose, perché che in genere vedo più registrato - per quel poco che vedo - che attuale, osservo che la notte Rai Uno in particolare e forse anche Rai Due fanno programmi che sono destinati ad essere registrati da chi li usa a finalità formative. E questo è sacrosanto, ma è già specialistica.
Non posso pensare che noi abbiamo un servizio pubblico che non usa parte del suo tempo diurno per trasmissioni formative destinate ad una grande udienza. Non sta a me dire come si può fare. Ma sicuramente sfruttando l’interesse che c’è per molti temi nella opinione collettiva, questa è una cosa per la quale merita avere un servizio pubblica e merita avere l’orgoglio di averlo salvato. La parola al Sottosegretario Vincenzo Vita
Vincenzo Vita (intervento rivisto dall’autore)
Devo scusarmi con voi: la giornata politica non è favorevole per affrontare in maniera distesa un dibattito dedito a temi di tale entità. Talvolta, poi, l’attività quotidiana ci comprime in cose molto più specifiche, ma ci tenevo troppo a venire a contribuire alla presentazione di questo bel volume.
Permettetemi di dirlo. Cominciai a leggere questo libro con l’atteggiamento che in genere si ha, cioè con una lettura veloce, talvolta un po’ trasversale come, spesso, si è costretti a fare. Alla fine, invece, l’ho letto tutto, sottolineandolo certi passaggi e in alcuni casi l’ho anche riletto. E’ un libro molto interessante, una sintesi compiuta dei processi che sono in atto. E’ un volume che merita attenzione. Lo dico senza alcuna formalità. Per me è stato e rimane molto utile perché fornisce numerosi spunti e una buona sintesi su tante notizie.
Volevo, innanzitutto, complimentarmi con gli autori, che hanno fatto un lavoro molto impegnativo. Per molto meno, infatti, ci si mette tanto tempo e per un volume del genere suppongo che il lavoro sia stato abbastanza. Mi complimento ancora con gli autori con assoluta sincerità e cordialità.
Il volume invita a tante considerazioni. Mi pare che Giuliano Amato abbia sottolineato diversi spunti interessanti. Prima di affrontare i temi di maggiore attualità - che, tra l’altro, sono di mia competenza - vorrei dire alcune cose iniziali.
Questo volume ha un grande merito, poiché descrive i grandi processi in atto, e, cioè, la convergenza multimediale, la globalizzazione, i fenomeni insiti nei grandi processi in corso nel sistema della comunicazione, con un atteggiamento empirico, descrittivo, critico, attento, senza quell’ansia un po’ deterministica e talvolta un po’ palingenetica di qualche altro scritto di autori che, pur molto blasonati, forse hanno giovato di meno alla comprensione del sistema. Penso, scusate se mi permetto, al tanto citato Negroponte.
Questo libro, invece, invita ad un atteggiamento riflessivo. Più attento, meno apodittico. Non c’è niente di facile, c’è una processualità piena di conflitti e di problemi.
C’è un passaggio, tra l’altro anche molto impegnativo, con qualche indiretta citazione fatta di autori classici che adesso sono un po’ tabù - nomi ovviamente impronunciabili, appartenenti alla storia critica della sinistra - quando si parla del concetto di crisi come istanza di trasformazione, come momento di salto. Il termine richiede un’analisi attenta, accurata, priva di questa ventata di meccanicismo tecnologico che non aiuta molto, nemmeno la stessa evoluzione tecnologica
Al contrario, il meccaniciasmo rischia di bloccarla al primo problema che si pone, senza aiutare chi deve decidere. Di fronte a questa estasi tecnologica, vi assicuro che il sistema politico, per quel che vedo nella quotidianità, rimane un po’ abbacinato e subalterno o, comunque, decide poco e male. Un atteggiamento critico più attento e più responsabile è indispensabile.
Condivido, dunque, il senso di tutta la prima parte, in cui si fa intendere che il modo migliore per non essere né apocalittici né integrati è quello di essere contemporanei, ben attenti al linguaggio del presente e ai suoi problemi con una forma, però, di autonomia e di distanza intelligente. Credo che sia anche la migliore forma di insegnamento che emerga mi pare dal dibattito anche fra i tecnologi.
Si tratta di un approccio condivisibile e, al tempo stesso, anche coraggioso, perché si dicono cose piuttosto forti. Una per tutte: nel libro non si recita la solita giaculatoria sulla crisi della tv generalista legata alla caduta d’audience del varietà. Si dice, invece, che un certo modello storico di televisione ormai è giunto a compimento. E lo si dimostra, senza usare come circostanza il calo di ascolto del varietà del sabato sera (pur sempre un accidente, ma che andrebbe a sua volta indagato meglio nel contesto effettivo dell’evoluzione dell’offerta e della domanda).
No. Si dice che oggi non solo vi è un cambiamento del consumo ma è giunto a maturazione un altro tipo di radiodiffusione che si coniuga alle telecomunicazioni e una nuova coscienza collettiva, grazie anche a quella televisione generalista che ha fatto molto perché si arrivasse a questo punto e che in un certo senso ha dato una mano anche al suo compimento. Non credo che vada mai banalizzata. Rimarrà per molto tempo come un’importante forma di consumo, quantitativamente ancora prevalente. Però, c’è un percorso che emerge: il passaggio all’offerta specializzata nelle sue varie componenti..
Un’altra cosa trovo molto interessante ora che si tende a sintetizzare tutto intorno al quesito: “televisione a pagamento o no?”. Credo ci possano essere varie forme di evoluzione, di cui la televisione a pagamento è una componente. E’ un segmento importante ma non è detto che sia quello destinato in ultima istanza ad essere decisivo. Certo è importante ma non decisivo.
L’evoluzione dalla vecchia offerta generalista, quella che abbiamo conosciuto e che ci ha insegnato molto, ad un’offerta diversa passa anche attraverso un utilizzo di forme tecnologiche al plurale. Non solamente l’etere terrestre, ossia le frequenze hertziane, ma anche l’utilizzo pieno della trasmissione satellitare nelle sue varie combinazioni, il cavo e il wireless, che, forse, togliendomi l’abito di Sottosegretario e osservando le cose da appassionato, mi sembra essere più importante di altri sistemi. La televisione cellulare mi pare una delle forme più interessanti ed innovative di cui, forse, sentiremo e sentirete parlare più di quanto accada oggi.
Abbiamo, insomma, a che fare con una combinazione di varie strumentazioni tecnologiche che insieme all’evoluzione del consumo aprono un nuovo quadro, un nuovo capitolo, forse un nuovo libro. Il titolo lo dice chiaramente: La fine della comunicazione di massa. La comunicazione di massa, infatti, intesa come comunicazione per un pubblico generico e da superare criticamente non tanto per il suo carattere di massa (ci mancherebbe che qualcuno di noi volesse innalzare la bandiera dei media d’élite), ma di massa nel senso di generico, di omologazione culturale, di gelatina culturale, come quella che in Italia, purtroppo, abbiamo conosciuto troppo a lungo negli anni Ottanta, quando si è omologata l’offerta per ragioni su cui non sto ad indagare, non volendo riaprire antichi dibattiti. Ma questa storia e, soprattutto, quella recente è certo bene non rimuoverla.
Quindi in questo passaggio serve una nuova classificazione di alcuni concetti.
C’è un altro punto di questo percorso - mi correggano gli autori Olivi e Somalvico se interpreto male il loro pensiero - che vorrei sottolineare cercando di entrare in simbiosi con gli autori: il concetto di servizio pubblico in questo processo non è meno importante, ma è più importante. L’idea stessa del servizio pubblico anche in quel tratto per il momento un po’ di confine, cioè in quella zona d’ombra (ma in futuro lo sarà sempre meno) tra servizio pubblico e servizio universale, è l’elemento che connota l’offerta quando pubblico e privato non si caratterizzano solo per la natura societaria dell’azienda, ma per un’idea più forte, per un sistema di valori diverso.
Il concetto di servizio pubblico insieme a quello di servizio universale nel campo dei servizi telecomunicativi aprono un nuovo terreno a chi ha intenzioni di riforma, di innovazione positiva, di ampliamento delle opportunità del sapere, delle conoscenze, della qualità della stessa vita quotidiana. A questo serve una buona comunicazione: a migliorare le relazioni tra i popoli, tra i cittadini, tra le comunità. Tutto questo offre un grande terreno di battaglia, che è anche battaglia culturale.
A mio modo di vedere - mi piacere sottolinearlo a chi mi ha preceduto - questo è un periodo simile, mutatis mutandis, a quello che precedeva la riforma del 1975. Lo ripeto: mutatis mutandis, non vorrei che ci fossero equivoci. Serve quella forza culturale, quella soggettività politica che va al di là della maggioranza, dell’opposizione e del governo. E’ un grande tema.
Oggi serve in qualche modo uno start, una forza d’urto per reggere positivamente il cambiamento, per governare politicamente questi processi senza essere vittime di un nuovo determinismo, di una sorta di soggezione acritica che, peraltro, non si sa bene a che cosa sia riferita. Uno dei rischi di questo determinismo nell’evoluzione tecnologica impedisce fra l’altro di capire quali scelte operare, in quanto ogni sei mesi cambia il concetto prevalente e si rischia di rimanere paralizzati.
Se volessimo rifare - e, probabilmente, non ne sarei in grado - la storia delle grandi passioni tecnologiche - ricordo il Videotel, la cui fortuna è stata così diversa dal fax o dalla telefonia cellulare - dovremmo ammettere che vi sono delle forti asimmetrie nell’evoluzione di una tecnologia e nei tempi di maturazione del mercato relativo. Chi si aspettava all’inizio degli anni Novanta il boom che avrebbe conosciuto in Italia la telefonia cellulare?
Qui si evoca una pagina molto amara, ricordata da Giuliano Amato, della storia tecnologica del nostro Paese. Ancora oggi non ho capito per quale motivo oscuro si sia bloccata in Italia negli anni Settanta la televisione via cavo, relegando l’Italia all’emarginazione tecnologica.
Tutto avvenne in quegli anni in un breve lasso di tempo, tra il blocco della televisione a colori con il famoso balletto Pal-Secam e il blocco della tv via cavo che qualche mente non particolarmente ispirata fece inserire nella legge del 1975 con quel comma sulla televisione via cavo monocanale. Vi fu, poi, una ritardata valutazione anche del rischio che tutto ciò comportava.
Tutto questo, a contrario, dà l’idea di come sia necessario sin da oggi capire l’importanza di aprire una nuova appassionata stagione riformatrice e spero che questo dibattito possa proseguire in altre occasioni, poiché i temi che abbiamo trattato sono di straordinario rilievo politico.
Rispetto al dibattito sul futuro della Rai faccio una premessa. Sono stato fautore del concetto-guida che il governo non si deve intromettere nelle problematiche del servizio pubblico ed ho sempre polemizzato con chi, invece, interferiva. Di conseguenza non posso dire nulla, perché, come uomo di governo non voglio intromettermi. Seguo, però, attentamente quanto sta accadendo e con una certa sofferenza osservo qual’è il terreno del dibattito (occupazione si, occupazione no) che oggi si sta determinando sul servizio pubblico, che, invece dovrebbe essere quello indicato nel libro: quale progettualità nuova per il servizio pubblico? Quale stagione pubblica per la multimedialità che un servizio radiotelevisivo pubblico deve avere? In quale nuovo contesto tecnologico?
Mi pare, invece, che nel dibattito generale si sia molto al di qua di questo. E’ un problema ed è anche un grave rischio, perché sono convintissimo che un modello storico di servizio pubblico oggi volge al tramonto. L’evoluzione tecnologica, economica e culturale non può che essere questa. Prima ci si rende conto della urgenza di un salto e di uno scarto, prima si evita un altro ritardo a cui, poi, far seguire seminari di autocritica e altri volumi di ripensamento. Credo che questo sia il vero problema.
Ho avuto modo di parlarne con diversi dirigenti della Rai - la lunga frequentazione di questo settore mi ha, infatti, permesso di prendere parte al dibattito e di avere anche qualche incontro meno formale e diplomatico. Al di là della grande discussione che sta avvenendo intorno all’ipotesi di ristrutturazione della Rai, su cui sono stati fatti diversi ragionamenti, mi chiedo se quello sia il vero problema: se oggi, cioè il grande tema dell’agenda politica che attiene al servizio pubblico sia solo quello di trovare le modalità per tutelarlo un po’ meglio, se sia solo un problema di maquillage. Non credo. Credo, invece, che serva un grande ed autorevole ripensamento in senso positivo e non come puro esercizio di autocoscienza per entrare coraggiosamente nella multimedialità.
Quanto al rapporto con la politica - per riagganciarmi a quel che diceva Enrico Manca senza fare demagogia e senza fariseismi del tutto impropri - credo che la politica nel suo insieme debba fare un passo indietro, non per sottrarsi al governo della comunicazione, ma per poterlo realizzare davvero. Sino a quando lo sforzo sovrumano della politica rincorrerà argomenti di quotidiano apparente rilievo, perdendo di vista la strategia, la politica non riuscirà mai a governare questi processi.
Vedete, lo dico criticamente e autocriticamente: non so quanto sia più importante occuparsi di questioni specifiche e di alcuni segmenti oggetto di recenti polemiche, senza, però, cogliere il fatto che oggi il grande tema politico in Italia e in Europa - giustamente Amato parlava del grande spazio europeo come tema nuovo e moderno, perché avremo a che fare con un’unità europea non solo monetaria, ma anche culturale e comunicativa - è forse quello di capire che tempi e che modi avrà il processo di evoluzione tecnologica. Sono temi, questi, molto cari a Massimo Fichera che ha insegnato molte cose a tutti noi.
Faccio un esempio concreto. Dei tanti punti del ddl 1138, di cui si sta discutendo attualmente come seconda tappa della riforma, ce n’è uno che vi segnalo, che sin qui ha avuto scarsissima attenzione: il fatto che noi prevediamo, come hanno già fatto gli Stati Uniti e si sta predisponendo a fare il Regno Unito, il passaggio dall’analogico al digitale. Anche in Italia prevediamo un tempo di migrazione - la FCC negli Stati Uniti ha detto entro il 2006, noi abbiamo detto forse entro il 2010 - perché, come nel caso della liberalizzazione e della concorrenza, quando si mette in moto un processo non si può improvvisamente passare da un gradino ai dieci successivi. Tuttavia un passaggio al nuovo sistema di compressione del segnale è fondamentale per dare all’Italia una prospettiva produttiva e tecnologica, nonché un piano industriale, un riassetto dell’industria italiana, compressa e relegata ad un ruolo marginale per scelte politiche sbagliate fatte in epoche passate.
Questo terreno mi pare sia fondamentale per la politica nella sua versione più autorevole, cioè la politica come momento di governo democratico di una società. Su questo terreno non serve un passo indietro ma, anzi, qualche passo avanti, mentre sul terreno della gestione corrente va fatto qualche passo indietro.
Mi auguro che la Rai diventi, finalmente, sotto questo aspetto un’azienda con modalità di direzione e di gestione più semplici. Una gestione sganciata nettamente dall’indirizzo; un controllo che sia garanzia di servizio pubblico, ma che non abbia alcuna ingerenza sulla gestione. Per fare questo ci vuole un passo indietro di tutte le varie forse politiche: per non costituire nuovi latifondi. Oggi ci troviamo in un’altra stagione, ma ci si illude di ripercorrere quel percorso.
In un sistema uninominale maggioritario in cui è cambiata anche la forma di rappresentanza politica, la salvezza di un servizio pubblico è restare fuori, perché dentro ci si deve inevitabilmente schierare. Col vecchio sistema proporzionale era un peccato, ma poteva essere un peccato collettivo. Oggi rischia di costituire l’esplosione della contraddizione e non può essere. Non si può più rimandare, bisogna operare bene e subito per la Riforma dei criteri di nomina del Consiglio d’Amministrazione, attualmente in discussione in seno alla Settima Commissione del Senato.
Certamente, come Governo auspichiamo che la maggioranza sia unita, che trovi una sua composizione su argomenti come questi, rispettando tutte le forze della maggioranza nella loro storia, nelle loro culture e nei loro approcci, anche perché il ddl 1138 costituisce un’altra parte importante della riforma complessiva del sistema audiovisivo.
Abbiamo ereditato un quadro molto arretrato - ne sa qualcosa Giuliano Amato nella sua veste di Presidente dell’Autorità garante del mercato e della concorrenza che ha cosi autorevolmente ricoperto -. Siamo, infatti, un Paese che ha una vecchia storia di monopoli. Uscire dalla cultura dei monopoli e, soprattutto, dalla cultura dei duopoli come nel campo televisivo è davvero duro, anzi durissimo. E’ una storia di conflitti.
Bene voglio ribadire che stiamo cercando di forzare i tempi. Dopo l’approvazione a fine luglio della Legge n. 249 e l’approvazione il 19 settembre del regolamento n. 318 di recepimento delle direttive dell’Unione Europea, è appena iniziato, presso l’Ottava Commissione del Senato, l’iter del ddl 1138, che è il completamento della riforma.
Tutte queste cose servono per dare all’Italia un quadro di liberalizzazione compiuta, a far entrare il Paese nel gruppo di testa dell’Europa anche su questo terreno. Perciò è importante che ci sia un atteggiamento assolutamente aperto al dibattito. Piacerebbe a noi tutti non dover affrontare un anno così aspro come quello che ha portato all’approvazione a fine luglio ‘97 della Legge 249 (ex ddl 1021). Otto mesi di ostruzionismo su questioni come le frequenze: in Italia, come sapete, non si è riusciti a risolvere il problema dei conflitti di interesse!
Ora siamo, però, arrivati in una zona a rischio. Il 1 gennaio 1998, ossia la data simbolica della liberalizzazione compiuta, non possiamo permetterci di essere arretrati. Se crediamo veramente nella liberalizzazione dobbiamo portare a compimento il sistema delle regole. Ci auguriamo che ci sia veramente quel salto, quello scarto di cui parlavo.
Spero che i temi di dibattito ancora aperti trovino una loro composizione ragionevole, nel rispetto delle distinzioni fra maggioranza e opposizione, ma in un quadro di dialogo, di apertura e di autentica passione sul tema dell’innovazione. Soprattutto spero che ci sia un’Autorità funzionante.
L’insediamento dell’Autorità di garanzia per le telecomunicazioni è indispensabile, perché la legge di riforma 249 sarebbe tragicamente un’incompiuta se l’Autorità non entrasse rapidamente in funzione a pieno ritmo. All’Autorità, infatti, spettano ruoli e compiti in sinergia con l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, senza i quali noi rischiamo di non avere una riforma adeguata. Ecco perché mi auguro che si possa ricomporre il quadro di riferimento e andare rapidamente ad un’attività piena dell’Autorità con la conferma del Presidente proposto dal Presidente del Consiglio e con la nomina degli 8 rappresentanti che verranno eletti dal Parlamento: per dare corso ai processi che il libro descrive e per dare risposta al tema iniziale posto da Amato “pluralismo e monopolio”. E’ una bella guerra, incruente ma molto forte e bisogna combatterla con gli strumenti giusti, con le istituzioni adeguate, con le persone capaci di portare a compimento questo processo.
Ringrazio ancora gli autori per la valanga di informazioni e di materiali importanti che mi hanno fornito e che ci hanno fornito.
Replica di Giuliano Amato a Vincenzo Vita
Prima di dare un attimo la parola agli autori che hanno il dovere di ringraziare noi e il diritto di dire ancora qualcosa, vorrei aggiungere una battuta sulla faccenda delle nomine che è sempre così controversa e che è collegata ad un mistero che Vincenzo Vita ha evocato. Perché non riuscimmo a far decollare la tv via cavo negli anni Settanta che avrebbe cambiato probabilmente i destini strutturali del un nostro sistema televisivo? Per una ragione molto semplice. Per il compatto strutturale che c’era tra l’establishment di alcuni apparati pubblici ed una parte dell’establishment politico: chiaramente la parte allora maggioritaria, poiché noi allora non ne sapevamo nulla di queste cose.
Perché non avevano interesse in realtà a mettere in discussione il monopolio del cavo e del suo uso passato presente e futuro. Ed emerse in quella occasione - come in tante altre - che, nel momento in cui la politica serve con la sua capacità di innovazione anche a scapito di interessi esistenti, in quella data situazione strutturale la politica si limitava a registrare la volontà degli apparati a cui era strutturalmente connessa.
Questo mette in evidenza un profilo delicatissimo che poi fa capo alle nomine: che in realtà la intrinsechezza politica fra il nominante e il nominato non solo mette in discussione la istituzionale autonomia del nominato nel suo ruolo rispetto al politico, ma, ahimè, oltre a fare questo guasto, provoca anche l’altro guasto poiché mette a repentaglio l’autonomia del politico rispetto al nominato. Poiché questa é poi l’interazione perversa che si viene a determinare fra i due.
Il che rende focale la questione delle nomine che non può essere risolta - io ora se Dio vuole esco da queste cose perché non sarò più né nominato né nominante -. Ma questo problema non lo si risolve rivolgendosi all’Accademia dei Lincei e all’ordine dei farmacisti. Non si può risolvere questo problema privando gli organi istituzionali della responsabilità della nomina. Si risolve nel modo in cui questi esercitano la loro responsabilità. Leviamoci dalla testa le soluzioni semplicistiche e idiote. Non si può fare scegliere, passare a scelte corporative per cose di questo genere. In tutte le democrazie funzionanti è l’autorità istituzionale che ha la responsabilità della nomina.
Le countervaling Forces dell’opinione pubblica e dell’opposizione, devono operare costringendo le autorità istituzionali a fare scelte che escludono questo tipo di rapporto: un rapporto che non deve essere tale col nominato da garantire una lealtà politica precostituita fra i due, e, soprattutto, quel che è peggio, il rapporto di dare e di avere. Perché poi qui ci può essere un rapporto di dare e avere che raggiunge le estreme conseguenze. Quindi è la qualità delle persone {che deve valere come solo criterio}.
Ma c’è un’attenzione fondamentale che l’autorità politica deve avere nella scelta delle persone, nel suo stesso interesse. Perché oggi può essere facilmente accusata di mettere il suo tacco sullo stomaco dell’istituzione a cui ha nominato uno, ma domani quell’uno metterà il suo tacco sullo stomaco della politica. E la politica che doveva scegliere il cavo non lo ha fatto per non disturbare gli apparati pubblici che l’avevano. C’è da augurarsi che scelte politiche che oggi sono necessarie non trovino soluzioni analoghe in ragione della forza che alcuni nominati hanno - o possono avere - nei confronti della politica di oggi. Perché a volte è mutatis mutandis a volte è mutatis mutatis, nel senso che è cambiato quel che è cambiato, ma non necessariamente ciò che doveva cambiare.
La parola agli autori. Se non ci ringraziate è meglio così non sprecate tempo. Siamo lieti che ci ringraziate e usiate il tempo residuo per dire cose più intelligenti di un ringraziamento.
Bino Olivi
Ringrazio comunque Giuliano Amato perché mi ha dato la parola e quindi la possibilità di aggiungere pochissimo, quasi niente, a quello che abbondantemente Somalvico ed io abbiamo scritto in questo libro. Ringrazio Amato per il complimento che ci ha fatto sulla chiarezza del libro. Credo sia stato il frutto di uno sforzo assolutamente straordinario, anche per il grande tempo che vi abbiamo consacrato.
Vorrei aggiungere alcuni spunti che mi sono stati forniti dalla discussione e dai commenti evocati da chi mi ha preceduto. Sono perfettamente convinto - e vorrei sottolinearlo - che lo sviluppo delle tecnologie, oltre a provocare straordinarie conseguenze per la velocità, per l’abbondanza e per l’imprevedibilità, l’assoluta insicurezza e incertezza {sugli sviluppi di questo sistema, ha avuto altri effetti che meritano di essere segnalati). Le tecnologie - di cui non si vedono la fine, gli esiti e risultati finali né gli orientamenti se non a grandissime linee - hanno provocato tra le altre conseguenze la necessità, l’improrogabilità del concetto di servizio pubblico.
In fondo noi saremmo ancora nel regime (in fondo confortevole un po’ per tutti e soprattutto per la classe politica dominante) del servizio pubblico audiovisivo, qualora non vi fosse stata la potente arma, la potente pressione della tecnologia a scardinare il regime di monopolio e le regole e il complesso dei beni che queste tecnologie hanno prodotto. E questo anche perché noi non eravamo chiusi ma vivevamo già allora in un contesto europeo. Tanto è vero che quando i nostri governanti hanno preso, al contrario dei nostri vicini, quell’assurda e dannosissima decisione di impedire - grazie al monopolio - di usufruire della tecnologia a colori, in un contesto a frontiere aperte e a mercato comune pressoché realizzato, ci siamo resi conto che si trattava di una vera e propria supercheria dannosissima alla collettività, e che avrebbe recato gravissimi danni nel futuro per gli sviluppi tecnologici di questo Paese.
Ora che non possiamo più nemmeno attraverso le decisioni governative sbagliate e che siamo veramente in balìa di qualcosa che ci trascende - e ci trascende immediatamente in quanto è il contesto in cui viviamo - cioè quello europeo. Mi scuso di ritornare a quello che potrebbe apparire il ritornello qualificante della mia vita e della mia carriera, che è stata spesa in gran parte nel trattare questioni europee. Ma effettivamente è questo il contesto che ci obbliga oggi a non essere più talmente diversi come prima. E tra queste minori diversità rispetto agli altri, siamo costretti dalla nostra esistenza in Europa, siamo costretti a ridefinire il nostro servizio pubblico.
Il Trattato di Amsterdam avvenuto dopo la correzione delle ultime bozze di questo libro, essendo stato deciso nel giugno scorso e firmato il 2 ottobre 1997. Ebbene questo Trattato - che non stato fatto solo per difendere le televisioni pubbliche dalle regole di concorrenza e dalle varie autorità - impone ad ogni Stato di ridefinire il proprio servizio pubblico e le missioni del servizio pubblico, ossia complica in un certo senso le cose.
Ma ci obbliga ad una nuova riflessione sul servizio pubblico che in Italia ha conosciuto nel corso di questi decenni una quantità di pressioni, una quantità di tensioni, di equivoci e anche di buone e cattive volontà, nonché manifestazioni non conformi - a nostro parere - a quella che poteva essere una missione definita. Ecco quanto volevo sottolineare.
Di fronte alle nuove tecnologie, le nuova realtà europea - con l’Unione di Stati legati ormai da decenni di esistenza della Comunità Europea da un certo numero di finalità e regole comuni - ci difende in un certo senso dalla globalizzazione, ma ci impone finalmente anche a noi italiani di essere come gli altri, cioè un servizio pubblico. E a questo servizio pubblico, a questa responsabilità di servizio pubblico, dobbiamo attenerci.
Concludo cercando di individuare che cosa è cambiato rispetto a prima. La differenza è che con le nuove tecnologie si passa dalla generalità alla diversità e la diversità la si misura attraverso la differenza di qualità. Mi spiego meglio: la differenza di qualità è quella che definisce il servizio pubblico. Quindi la definizione della qualità nelle nuove articolazioni dei sistemi televisivi e multimediali, è quella che darà al servizio pubblico quel tanto di privilegio che gli conferiscono le missioni alle quali deve assolvere.
Naturalmente, dietro, sullo sfondo c’è la concorrenza. E sulle nuove regole di concorrenza in questo magma di tecnologie non possiamo oggi definirci e non possiamo che rimanere sui nostri interrogativi. Ma questo rimane il punto di base e di arrivo.
Bruno Somalvico (testo trascritto e ampliato dall’autore)
La bouclé est bouclée. Le tour de la question a été fait, Monsieur le Président! Vorrei solo ritornare su una delle pertinenti e sottili considerazioni del Presidente Amato sul rischio che nella nuova Babele elettronica {che abbiamo cercato di descrivere, anziché avere con la libera navigazione nuovi spazi di libertà e di pluralismo} ci sia sostanzialmente la dittatura dei service provider.
Vorrei distinguere service provider e service provider. Le pay tv classiche hanno costituito le prime forme storiche di service provider televisivi (come nel caso di Home Box Office, ovvero il botteghino in casa, che dal 1972 propone film ai propri abbonati negli Stati Uniti, o di Canal Plus, che propone in Francia dal 1984 un mix di film e di sport, ed è diventato il primo produttore cinematografico transalpino). Questi primi fornitori di servizi televisivi ad accesso condizionato nascono dal mondo della produzione dei contenuti, dagli Studios per trovare nuovi sbocchi distributivi ai propri prodotti: sono quelli che abbiamo descritto nella terza parte del libro: le pay tv prima e più recentemente i pacchetti multicanali trainati dalle pay tv e che fanno largo uso di programmi auto-prodotti o comunque co-prodotti. Questi soggetti nascono come broadcaster e sono legittimamente figli della produzione audiovisiva ad utilità ripetuta e della televisione nella sua espressione più matura.
Verso la metà degli anni Novanta sono invece apparsi - grazie alla convergenza tecnologica e con l’inizio delle nuove offerte multicanali digitali satellitari -, nuovi service provider, che possono provenire dal mondo delle telecomunicazioni e in taluni casi sono stati storicamente dei carriera, dei network provider. Ed oggi sono diventati dei packager, ossia degli impacchettatori di programmi televisivi. Grazie alla convergenza e alla deregulation nessuno vieta loro - purché rispettino le regole di concorrenza - di entrare nel mercato della televisione a pagamento. Ma non dobbiamo dimenticare che sono dei commercializzatori di prodotti generati da altri, anche se in taluni casi - come quello negli Stati Uniti di filiale del costruttore di satelliti Hugues a sua volta controllato dalla General Motors - questi nuovi service provider cercano oggi di entrare nel mercato della produzione di contenuti o comunque di cofinanziarli. E questa è una considerazione che rende così diversi i pacchetti di BSkyB e Canal Plus da quelli di Direct Tv.
Questo tipo di service provider - seguendo la logica della grande distribuzione - tende ad offrire un’offerta del tipo “paga due, prendi tre”, ossia non si preoccupa tanto della qualità del prodotto e della sua remunerazione - in quanto non gli appartiene. Ragiona solo sui grandi numeri seguendo logiche in fondo non del tutto dissimili da quelle delle emittenti commerciali preoccupate della quantità dell’ascolto e non della qualità del prodotto. Sotto questo profilo questo nuovo service provider - per altro molto moderno e che anticipa nuove figure come il cosiddetto system integrator e il fornitore di servizi integrati - trova un alleato naturale nel network provider, ovvero nel fornitore della rete il cui obiettivo tradizionale - ad esempio nel caso dei gestori telefonici - è stato quello di realizzare il massimo traffico, a prescindere dal contenuto dei messaggi e dei servizi trasmessi sulla rete. Sotto questo profilo ci si può chiedere se - al di là della convergenza tecnologica, di prodotto e di mercato -, ci sia convergenza o divergenza di interessi fra il tradizionale mondo del cinema, della televisione e dell’editoria (anche di quella elettronica nelle sue forme telematiche e multimediali più avanzate) e il mondo delle telecomunicazioni e, più in generale quello dei service provider ed dei network provider.
Ma non voglio eludere l’obiezione di Giuliano Amato sulla potenziale dittatura dei service provider. Mi sembra inutile insistere sul fatto che il loro sarà un ruolo chiave nell’organizzazione dell’offerta multicanale. Il rischio è che saranno così potenti da creare nuovi monopoli o comunque talio da esercitare posizione dominante sia nel possesso a monte dei diritti diritti dei programmi sia nel controllo a valle delle chiavi di accesso e quindi della gestione degli abbonati. Per il consumatore una situazione di competizione fra tanti service provider sarebbe certamente favorevole sotto il profilo del prezzo degli abbonamenti. La competizione increnmenterebbe peraltro i profitti delle majors americane, con un ulteriore aggravio della nostra bilancia audiovisiva dei pagamenti. Verrebbero altresì compresse, dati i maggiori costi a monte e i più contenuti introiti a valle, le possibilità di remunerazione delle emittenti tematiche e degli editori di nicchia distribuiti nella piattaforma. A tutto vantaggio anche in questo caso degli americani che proporrebbero canali tematici “customizzati” ossia adattati al mercato italiano con prodotti già ampiamente remunerati e sfruttati nel mercato interno.
E’ quindi molto importante che l’accento possa essere messo sui contenuti e sulla qualità dei programmi, come tradizionalmente avvenuto per il servizio pubblico, ma anche, almeno nella loro fase di avvio, per le prime pay tv. Credo che il bouquet digitale del servizio pubblico debba chiaramente iscriversi nel primo ambito e che il nuovo ruolo di service provider, ossia di commercializzatore dello stesso pacchetto debba in qualche modo servire a valorizzare la sua naturale vocazione di content provider, ossia di fornitore di contenuti.
Per le nuove emittenti tematiche di servizio pubblico si potrebbe forse mantenere una sorta di separatezza e di distinzione anche sul piano del carrier, ossia della rete fisica di trasmissione: ci potrebbe a mio avviso essere un chiaro posizionamento della Rai - e faccio riferimento a quanto annunciato dal Sottosegretario alle Comunicazioni Vita - all’interno di una nuova piattaforma di radiodiffusione digitale terrestre, ossia in un ambito dove la barriera d’accesso per l’utente risulta molto più ridotta rispetto agli investimenti iniziali (antenne paraboliche, allacciamenti a reti via cavo e relativi set-top-box) necessari per ricevere l’offerta multicanale in ricezione diretta individuale via satellite o ridistribuita via cavo. Spero che questo suggerimento possa essere in qualche modo recepito nel DDL 1134.
Anche nell’ambito del bouquet di nuove reti tematiche e di nuovi servizi - o pro-vizi come li chiama Fichera - nei quali la Rai può svolgere un’importante funzione di apripista, di sperimentazione e di formazione, deve valere il principio della differenza e della qualità a cui faceva prima riferimento Bino Olivi, evitando che la Rai si confondi con gli altri soggetti, limitandosi a partecipare a quella grande ammucchiata “tutti insieme appassionatamente” denunciata da Giuliano Amato. Un bouquet digitale di qualità, facilmente accessibile a tutti - e non solo agli abbonati a servizi televisivi multicanali digitali a pagamento via cavo e via satellite -, può e deve quindi essere trasmesso anche nell’ambito di una piattaforma digitale terrestre e sulle tecnologie wireless rese possibili dai nuovi sistemi a microonde di televisione cellulare ai quali accennava prima Vincenzo Vita. Credo che questo bouquet potrà consentire al servizio pubblico di operare quel salto in avanti necessario per proiettarlo verso la multimedialità - come giustamente auspicato da Enrico Manca -. Utilizzando le risorse del canone per essere affettivamente più e meglio servizio pubblico e ricorrendo ad esse limitatamente a queste missioni di servizio pubblico.
Il che non significa - si badi bene - che la RAI nelle sue attività di impresa non debba stare sul mercato e sfruttare a fini commerciali il suo marchio, il suo magazzino, il suo know-how tecnologico e produttivo, la sua capacità imprenditoriale conquistata sul terreno dopo la caduta del monopolio. Perché se vuole rimanere competitiva e non relegarsi ad un ruolo marginale con il rischio di limitarsi a proporre (come le tv commerciali) una programmazione nazional-provinciale a utilità limitata, ed essere costretta a ricorrere (come le emittenti commerciali generaliste), ad un uso sempre più sfrenato degli acquisti per i grandi prodotti dell’industria dell’immaginario, anche la RAI come impresa, deve avere la possibilità di attingere alle nuove risorse dirette che stano sul mercato.
Occorrerebbe forse al riguardo esaminare attentamente le nuove iniziative della BBC: sia quelle di servizio pubblico destinate alla piattaforma digitale terrestre che quelle nell’offerta tematica a pagamento via satellite e via cavo, in virtù di un’alleanza promossa dalla stessa BBC (attraverso il proprio braccio commerciale BBC Worldwide) con Flextech, filiale del gigante americano della tv via cavo TCI, che, a sua volta, direttamente o attraverso società partecipate, detiene quote in diversi canali tematici americani ed europei (ivi compresi quelli promossi in Europa e in Italia da Canal Plus).
E qui vorrei rispondere alle osservazioni di Massimo Fichera a proposito della televisione generalista. Non vorrei assolutamente apparire un nostalgico del monopolio. Ma credo che occorra fare una chiara distinzione fra quel tipo di televisione generalista di allora e la televisione generalista di flusso che in Italia si è andata affermando negli ultimi due decenni con la competizione sugli ascolti e di cui auspichiamo un drastico ridimensionamento. Vi era all’epoca del monopolio in qualche modo il primato del prodotto: ancora oggi ne abbiamo coscienza, abbiamo una memoria storica di programmi come Lascia o raddoppia o Non è mai troppo tardi. Mentre ci dimentichiamo rapidamente di quanto abbiamo guardato poche settimane, prima perché la logica di flusso della programmazione commerciale generata dalla rincorsa dell’ascolto non tollera pause di riflessione, stacchi e separazioni (apprezzo che oggi si cerchi di reintrodurre nei palinsesti la nozione di fasce riservate di programmazione come quelle che erano allora dedicate ad esempio ai bambini), ossia aree di programmazione ben distinte l’una dall’altra.
Oggi un palinsesto è costruito soprattutto verticalmente lungo l’arco delle 24 ore e si caratterizza per fasce orarie per ognuna delle quali va individuato il miglior programma da trasmettere a prescindere dal suo genere. Ai tempi del monopolio il palinsesto veniva costruito in qualche modo lungo tutto l’arco della settimana con precisi spazi, precisi appuntamenti ai quali corrispondevano determinati generi: il quiz, la prosa, il documentario, il lungometraggio cinematografico: vi erano insomma appuntamenti fissi a dati giorni della settimana.
Senza nostalgie per il monopolio (che non garantiva nessuna alternativa se non quella di tenere spento il televisore e andarsene al cinema) credo però che il bouquet digitale di reti tematiche di servizio pubblico svincolate dalle logiche di ascolto dell’Auditel, possa pur tuttavia costituire l’occasione per ricomporre in maniera paratattica e orizzontale quell’offerta autorevole propria di quell’epoca del servizio pubblico su tutti questi segmenti.
Non mi scandalizzerei allora a introdurre su quelle reti il principio della multidiffusione e cioè di tante repliche agli orario più svariati nell’arco di una settimana. Non mi scandalizzerei ad affettare in questo nuovo modo - grazie al bouquet -, quel tipo di televisione generalista se ciò mi consente, caro Massimo Fichera, di riscoprire quegli straordinari appuntamenti con la musica classica, con la prosa o con i documentari, che sono stati completamente cancellati dalle emittenti commerciali o relegate ad orari impossibili, costringendo non solo Giuliano Amato a registrarli su videocassetta.
Naturalmente non si tratta solo di affettare e ricomporre la programmazione, ma anche di innovare. Credo che il bouquet sul fronte tematico non debba rimanere confinato nell’ambito nazionale come ai tempi del monopolio, ma debba improrogabilmente ricercare nuovi linguaggi, nuove modalità espositivi, e nuovi ambiti territoriali seguendo la strada che proprio Massimo Fichera aveva avviato con Euronews all’inizio degli anni Novanta ma che poi non è riuscita a concretizzarsi in altre aree tematiche per le quali ci si poteva aspettare maggiore cooperazione fra i servizi pubblici europei sotto l’egida dell’Unione Europea di Radiodiffusione.
Credo che il servizio pubblica debba porre molto in alto le sue ambizioni, perché la posta in gioco è molto importante, per certi versi decisiva se non vuole andare incontro ad una vera e propria eutanasia, molto lenta ma non per questo meno inesorabile. Ciò significa per chi - come noi - vi opera ritrovare uno spirito di missione, quello spirito di missione di service public che Giuliano Amato - e gliene siamo particolarmente grati - ha intravisto nelle pagine di questo libro.
Credo che negli ultimi anni non vi sia stata unicamente un’omologazione nella programmazione, ma anche in qualche modo una sorta di banalizzazione di una missione che a prima vista non si riesce più ad intravedere. E’ mancata una vision per il servizio pubblico. E credo che questo non sia soltanto colpa di chi la televisione è costretto a farla quotidianamente giorno dopo giorno, sentendosi in qualche modo al contempo prigioniero ma appagato dopo aver consultato i risultati dell’Auditel il giorno dopo.
Vorrei concludere sostenendo un po’ paradossalmente che noi funzionari del servizio pubblico - siamo stati progressivamente abbandonati dalla politica. Non vorrei essere frainteso. Non ho nessuna nostalgia per i bei tempi del monopolio né per la lottizzazione o per altre eventuali illegittime forme di indebite occupazioni della Rai da parte dei partiti. Lungi da me la volontà che la politica continui ad interferire nella gestione dell’Azienda né tantomeno che essa torni ad interferire con nuove forme neopaternalistiche di censura sui contenuti dei nostri programmi. Sarebbe gravissimo e non avrebbe senso. Il nuovo assetto della Rai con alla testa del nuovo gruppo una holding dovrà impedirlo a tutti gli effetti. Ma spero che la politica - quella più nobile - con il suo indirizzo ci aiuti a ritrovare in un confronto e dibattito con le altre grandi istituzioni culturali del Paese, una nuova vision per il servizio pubblico, quella progettualità che francamente a 20 anni di distanza dalla Riforma del 1975, è andata perduta.
Seconda presentazione del volume La Fine della Comunicazione di massa, Milano Sala del Parlamentino, Affari ai Giureconsulti, 27 febbraio 1998
Introduce Stefano Rolando, Direttore Generale Programmazione e Relazioni Esterne - Consiglio Regionale della Lombardia
In questa giornata festosa di Carnevale Ambrosiano il parlare di un tema impegnativo come quello che ci invita ad affrontare il libro è già una piccola metafora di quella fuoriuscita dalla dimensione di massa che ci suggerisce il suo titolo. Da questo panel mancherà purtroppo Umberto de Julio che proprio oggi è stato nominato ad altro importante incarico.
Ringrazio tutti i partecipanti che mi pare rappresentino bene il sistema televisivo italiano nel suo complesso e anche al di là di esso. Ma un plauso speciale va al professor Mario Monti che a fine settimana da Bruxelles dovrebbe rientrare a Milano per riposarsi ma mi pare che non lo faccia.
Per quali ragioni un’amministrazione come la nostra il Consiglio Regionale della Lombardia ha ritenuto interessante creare un’occasione di riflessione in pubblico su questo libro che a sua volta suggerisce una proposta - lo si capisce da questo titolo - di provocazione. C’è una situazione di forte cambiamento nel sistema delle comunicazioni e in particolare in quello televisivo, che oggi è analizzata ormai un po’ da tutti.
E’ questo un tema internazionale sul quale tuttavia città e regioni stanno cominciando ad esprimere un accentuato interesse. Un interesse che si sviluppa soprattutto in quelle aree in cui il territorio non viene vissuto come un mero ambiente geografico, ma come un sistema competitivo, ossia una realtà nella quale i problemi di identità e le necessità di promozione sono molto sentiti sia dai soggetti istituzionali sia dai soggetti economici e sociali. Abbiamo a che fare con territori che si sentono fortemente diversi dagli schemi amministrativi tradizionali. Cresce una mentalità metropolitana che concepisce sotto questo nuova angolatura il sistema delle infrastrutture - sia quelle fisiche sia quelle immateriali.
Città e regioni si interrogano molto su quale sarà il loro ruolo nel cambiamento dalla vecchia televisione al nuovo sistema in cui c’è spazio per una moltitudine di soggetti e di offerte, ossia per una pluralità di opportunità {per chi vi opera}. Il libro di Bino Olivi e Bruno Somalvico costituisce una vasta ricerca condotta su scala europea, recentemente presentata in Italia a Roma dal Presidente dell’Autorità Antitrust Giuliano Amato e che sceglie la città di Milano come successivo momento di verifica di opinioni fra operatori che hanno tutti qualcosa da dire su un tema che forse avrebbe suggerito agli autori e all’editore di questo libro la prudenza di un punto di domanda.
Ma forse la prudenza di un punto di domanda avrebbe tolto questo carattere un po’ stressato ma obiettivamente provocatorio che un fenomeno di tendenza ha quando viene espresso in maniera positiva. Dire che la televisione generalista è finita - per stare ad uno dei temi cari a questo libro ponderoso, ma ce ne sono molti altri - credo sia un passo troppo lungo. E credo che anche i fautori dei modelli alternativi successivi integratori del sistema della televisione generalista riflettano con esperienze ormai radicate in tutto il mondo sul fatto che anche i sistemi a pluralità di offerta, a forte cambiamento di offerta, vedono pur sempre la cosiddetta televisione generalista giocare un ruolo essenziale. Lo dico perché altrimenti Carlo Momigliano non avrebbe potuto accettare di venire ad un dibattito che inneggiava alla fine della televisione generalista. In sostanza il punto di domanda a questo titolo sarebbe un atto di realismo.
Ma l’assenza di punto di domanda mi pare costituisca un invito a ragionare su un processo di trasformazione molto interessante - in parte attuato in parte frenato, in parte regolato in parte non regolato, in parte dipendente da fattori locali come quelli tecnologici e in parte dipendente da altri fattori non controllati a livello dei sistemi politici locali - ben sintetizzato in due termini che in questo libro ricorrono molto. Globalizzazione e autonomia.
La globalizzazione occupa larga parte del volume perché da un lato i fenomeni che investono oggi il mondo della comunicazione vanno al di là dei territori governati da regole, norme e sistemi politici definiti. Dall’altro essi sono caratterizzati anche dai processi di autonomia: penso ad esempio alla maturazione della consapevolezza dell’utente, e quindi al nuovo comportamento del consumatore e dell’individuo nei confronti degli strumenti di comunicazione. I nuovi pubblici - anche quelli televisivi - non sono i soggetti passivi di uno spettacolo obbligatorio ma sono utenti sempre più responsabili ossia si preparano grazie a questa consapevolezza ad essere segmenti che vanno alla ricerca di prodotti costruiti sui bisogni specifici su bisogni misurati da infine diversità.
C’è un ritardo italiano. Il titolo del libro ha senso soprattutto in Italia. La ricerca condotta su scala europea per esaminare i modelli di trasformazione ha un forte significato provocatorio di stimolazione verso un sistema - il nostro - considerato in ritardo. Non sta a me fare un’analisi di questo ritardo - altri potranno su questo esprimersi nella discussione. Chi ha avuto l’esperienza di viaggiare un pochino negli Stati Uniti - ma vale ormai per moltissimi Paesi europei - rimane fortemente colpito dalla dimensione delle famiglie che hanno una ormai lunga consuetudine con il sistema di consumo televisivo alternativo a quello della televisione generalista. Una famiglia americana mi pare spenda mediamente 60 dollari al mese per consumi alternativi a quelli della televisione generalista.
Quei 60 dollari rappresentano poi il patto interno che avviene nel nucleo familiare per decidere cosa ci si va a scegliere su misura. Questa educazione al consumo responsabile e pagato di televisione alternativa fa della famiglia americana una famiglia che ha il problema innestato dei consumi non passivi. Ma probabilmente la stessa Francia - che beneficiò in anni lontani dell’esperienza del Minitel prima ancora della pay tv - ed altri Paesi europei hanno avuto a disposizione tecnologie che hanno favorito la responsabilizzazione delle scelte di consumi informativi e di spettacolo. In Italia no. Il paese da questo punto di vista è rimasto singolarmente molto arretrato, anche se adesso si trova anch’esso innestato in una dinamica di nuove offerte che gli fanno recuperare il tempo perduto.
Credo peraltro che sul ritardo italiano pesino due altri fenomeni. La forte politicizzazione che l’Italia ha esercitato sul sistema televisivo ha contribuito in parte ad ingessarlo frenando trasformazioni e cambiamenti e più in generale il processo di deregulation. Ma ha pesato anche e soprattutto la scarsa concorrenza, la scarsa competizione di cui l’Italia ha sofferto - e lo dico con piacere in presenza del Commissario Monti e di Riccardo Perissich che ha un vissuto europeo legato alla cultura dell’integrazione e della concorrenza - .
L’Italia soffre e ha sofferto di alcuni ritardi. Il lavoro che è stato fatto in questi ultimi anni per recuperare il senso di questa cultura è stato straordinario. Ma è anche vero che la somma di carenza di cultura dell’utenza, sovrapposizione forte e incessante del sistema politico, marginale e difficile imposizione di una cultura della concorrenza nel sistema di impresa, ha fatto dell’Italia un Paese che non ha battuto il ritmo di altri Paesi.
Giuliano Amato presentando il libro a Roma ha posto un altro punto di domanda. E cioè se l’esplosione di offerte alternative significa tout court un’affermazione di pluralismo. Credo Amato abbia messo un punto interrogativo invitando ad approfondire la discussione su questo punto perché poi bisogna vedere di che pluralismo parliamo e quale sarà l’esito finale di questo processo di liberalizzazione e di competizione a tutto campo.
Bino Olivi e Bruno Somalvico mi hanno ordinato di presentarvi nel dettaglio il libro capitolo per capitolo, pagina per pagina. Ma siamo in tanti a dover parlare e credo che la migliore alternativa a questo impossibile ufficio sia quella di leggerlo. Sono 446 pagine. Non lo posso fare. Ma vi posso solo dire che il libro è articolato in tre parti: la prima cerca di focalizzare le conseguenze del processo di globalizzazione su reti prodotti e strategie delle imprese che operano nel sistema delle comunicazioni. La seconda parte analizza storicamente le varie modalità di deregulation del sistema e in particolare di passaggio dai regimi di monopolio a sistemi misti con esperienze molto diverse che si sono andate affermando nei diversi Paesi e contesti europei. La terza parte invece è dedicata alle fortune e alla difficoltà del sistema televisivo a pagamento, all’avvento della televisione digitale e al riposizionamento del servizio pubblico in un universo televisivo multicanale dove centrale risulta “pagare per vedere”. In questa parte si analizza come nei diversi Paesi si sia affrontata la questione della cosiddetta piattaforma digitale - che negli ultimi mesi è divenuto uno degli argomenti più scottanti anche in Italia. {Oggi abbiamo qui riuniti alcuni dei principali protagonisti italiani di questa tormentata vicenda.
Il libro non ha potuto ancora analizzarla e trarne soprattutto delle conclusioni. Esse non possono allo stato attuale che rimanere provvisorie.} Ma credo che la migliore conclusione risieda proprio nel fatto di aver deciso - a conclusione di questa analitica ricerca su scala europea che avrebbe potuto avere un titolo sicuramente ispirato da Lina Wertmueller “E vero che i sistemi malgrado il fatto che siano ingessati poi riescano de facto a trasformarsi in qualcosa che può forse sembrare un’idea di cambiamento verso la fine della comunicazione di massa?” - di optare per un titolo forse un po’ sbrigativo ma che permette subito di entrare in media re nella discussione.
Se non ci sono puntualizzazioni o richieste di chiarimenti da parte degli autori inizierei la nostra lunga discussione dando la parola a Carlo Momigliano, Vice-Direttore Generale di Publitalia, che in qualche modo passa per essere il paladino della televisione generalista, quello che a questo libro avrebbe volentieri messo non uno ma almeno tre punti di domanda.
Carlo Momigliano.
Mi spiace di dover deludere la platea, ma a mio parere questo libro contiene un errore gravissimo. Esso pone infatti la fine della televisione generalista nel futuro e non si accorge che la televisione generalista invece è morta da diversi anni. Questa sarà la tesi che cercherò di illustrare.
Mi permetto di fare alcune osservazioni generali sul libro e poi svolgerò la mia funzione di cavaliere nero in questo dibattito. Ho letto con attenzione il libro. Trovo francamente ottima e consiglio vivamente la lettura della prima parte del libro che ha un’eccellente presentazione sistematica delle caratteristiche dello sviluppo dell’offerta.
Detto questo, non solo per cortesia, ma perché sono profondamente convinto dell’originalità di alcune analisi contenute nella prima parte del libro, vorrei con una frase illustrare per quale motivo sono in netto dissenso e cosa ritengo che non emerga nell’analisi di questo libro. Penso che sia più interessante illustrare ciò su cui si è in dissenso, piuttosto che ciò su cui si è d’accordo. La cartina di tornasole della mancanza di comprensione del fenomeno della televisione commerciale è in un termine che ricorre più volte nelle pagine di questo saggio. Quando si parla delle risorse pubblicitarie il termine usato è le risorse indirette al sistema televisivo. La scelta di questo termine rappresenta in maniera classica l’ottica di questo libro dal lato dell’offerta.
Manca invece del tutto l’ottica della domanda. Questo è un testo che in tutte le sue parti procede in maniera deduttiva E’ un’analisi approfondita dell’offerta; è un’analisi molto acuta sulle potenzialità della modificazione dell’offerta introdotte dallo sviluppo tecnologico, accompagna questa grande capacità di tipo logico-deduttivo da un’approfondita analisi di tipo induttivo degli sviluppi storici nei diversi Paesi non solo dell’Europa ma anche degli Stati Uniti e del Giappone. Ma tuttavia manca di un’analisi altrettanto acuta - sotto questo profilo la parte analitica risulta sproporzionata - per quanto attiene il lato della domanda.
E lo dico da due punti di vista prima di tornare alla questione delle risorse indirette. Dal primo punto di vista - eccettuate alcune cautele (bisogna vedere come si svilupperà dal punto di vista culturale l’approccio della domanda alle potenzialità di declinazione dell’offerta che vengono indotte dallo sviluppo tecnologico), non vi è una corrispondente analisi delle potenzialità della domanda, un approfondimento di cosa ci si può aspettare, di quali siano i bisogni che possono essere soddisfatti dalle diverse forme di televisione. per questa prima parte non si può parlare di incomprensione. C’è una cautela e una mancanza di approfondimento.
L’incomprensione invece la troviamo nella seconda parte. Qual’è la domanda che genera e muove la televisione commerciale. La logica verso la quale tende questo testo è che la pubblicità, le risorse pubblicitarie costituiscano una fonte di finanziamento della produzione televisiva né più né meno di quanto lo siano il canone o le forme di pagamento potenziale da parte dei telespettatori. Dunque che la funzione industriale della televisione commerciale sia produrre programmi per i telespettatori avendo come risorsa la pubblicità. Raccogliamo pubblicità per finanziarie i nostri programmi.
La realtà è esattamente opposta. La funzione della televisione commerciale e il tipo di bisogno primario cui risponde non è la soddisfazione del bisogno di cultura, di intrattenimento o di informazione. La funzione primaria è quella di fornire una merce e un servizio industriale medio alle imprese. Per cui - lo sapete benissimo ma lo riaffermo solo per chiarire l’impostazione radicalmente diversa che è la mia - la funzione della televisione commerciale ë produrre ascoltatori per le imprese e non produrre programmi per i telespettatori.
E’ questa una chiara differenza di funzione: capisco che susciti proteste ma per quanto antipatico sia - se usiamo la cartina di tornasole degli scambi monetari che sottendono l’attività delle diverse forme di televisione - diventa assolutamente patente. Non esiste nessuno scambio monetario fra la televisione commerciale e i telespettatori e non a caso si parla di risorse indirette quando si mette tutto sullo stesso piano. Non esiste nessuno scambio monetario.
Ed anche le tesi - non ho il tempo di approfondire questo tema - che cercano di costringere in una specie di letto di Procuste la televisione commerciale dicendo che alla fine i telespettatori pagano attraverso l’acquisto dei beni si basa su un concetto dell’attività pubblicitaria che tende ad equipararla ad una imposta, non ad una funzione economica all’interno di un sistema. Questa è la grande differenza che mi separa dall’approccio di questo libro.
Sopravviverà la televisione commerciale? Questo non dipende - o dipende solo parzialmente e strumentalmente dal grado di soddisfazione di quote consistenti di soddisfazione espresse dai telespettatori . L’elemento di base che sottende l’esistenza di base di un sistema di televisione commerciale in un ambiente più o meno turbolento più o meno di competizione e se esistono alternative ragionevoli al raggiungimento in tempi brevi di consistenti coperture di determinati segmenti di popolazione.
Dirò poi perché la televisione generalista sia già morta. La televisione commerciale avrà una vita che non è funzione così diretta della quantità di tempo di svago che le verrà sottratta dalle nuove emittenti. E una funzione diretta di quella capacità di soddisfare quel bisogno che Alberto Contri conosce molto meglio di me: il bisogno di raggiungere in tempi brevi elevate coperture e ragionevoli frequenze su segmenti per la comunicazione pubblicitaria ben specifici e ben definiti di popolazione.
Nel momento in cui ci saranno altri mezzi o altre necessità, quest’esigenza fondamentale verrà per così dire superata da altre esigenze nel mondo dell’industria e nel mondo dell’impresa, allora morrà la televisione commerciale. Tanto è che anche in sistemi che sono ampiamente illustrati in questo volume in cui le emittenti commerciali hanno perso sensibilmente posizioni rispetto a quelle che avevano ancora 5 o 10 anni fa, i loro revenues pubblicitari non solo non si sono ridotti ma sono incrementati. Perché questa necessità continua ad essere presente e non deve essere soddisfatta da altri mezzi.
Perché ho detto che la televisione generalista è già morta. Perché esiste un altro punto di radicale dissenso con la visione di questo testo. Questo saggio ha un’ottica fortemente orientata all’offerta e alla relazione tra il telespettatore, tra l’operatore-famiglie e il sistema televisivo e non tra l’operatore-imprese e il sistema televisivo. Seguendo quest’ottica si dice giustamente che in realtà l’avvento delle televisioni commerciali non ha cambiato il panorama televisivo. Invece io ritengo che lo abbia cambiato in maniera radicale. Mi limito solo a denunciare due fenomeni.
Il primo elemento di cambiamento radicale è che è morta la televisione. Non esiste più la televisione. Esistono le televisioni. Questo ha introdotto una sorta di interazione a livello zero. E’ l’interattività a livello della scelta che viene operata all’interno delle reti a schedulazione rigida. Quando anziché un’offerta a schedulazione rigida, io possiedo un numero n di offerta a schedulazione rigida, è evidente il radicale cambiamento nel mio rapporto con il mezzo. Tanto è che a mio parere una cosa che non è indicata in maniera sufficientemente esplicita nel libro - pur essendo molto ben descritta nel confronto cavo-satellite - è rappresentata dal fatto che le diverse alternative che sono qui illustrate di aumento del dominio del telespettatore nei confronti dei propri consumi non possono proseguire in maniera parallela, sono in molti casi alternative fra di loro.
Faccio alcuni esempi prima di chiudere. E’ del tutto evidente che il vantaggio che mi offre il video on demand è elevatissimo tanto minore è il numero di canali fra i quali posso scegliere. Diventa allora decisivo scegliere il che cosa nel momento in cui voglio. Ma se mi posso sedere di fronte al televisore e mi trovo di fronte ad una scelta di 450 canali a schedulazione rigida, il vantaggio incrementale che mi dà il video on demand è nullo o quasi nullo.
Perché è morta la televisione? dicevo scherzosamente - ma fino a un certo punto. E’ morta la televisione . Ci sono le televisioni. Queste televisione hanno una tendenza - che non riusciamo sempre a cogliere - a segmentare radicalmente la popolazione dei telespettatori. Métropole 6, Pro Sieben, Tele Cinco (che è uno dei più grandi successi nella storia della televisione commerciale da quando è stato chiamato Maurizio Carlotti a dirigere questa emittente) e Italia Uno sono reti radicalmente diverse dalle altre reti televisive nel panorama in cui operano.
Esiste dunque questa differenza. La televisione è morta da dieci anni, sta morendo la televisione generalista anche all’interno del vecchio sistema. Varrebbe la pena di avere un libro altrettanto bello, altrettanto dettagliato che analizzasse anche il lato delle due domande.
Stefano Rolando
Se Carlo Momigliano era un po’ l’alfiere della prudenza su questo titolo provocatorio, Erik Lambert, consigliere del residente di Canal Plus Pierre Lescure, dovrebbe invece essere l’ardente sostenitore della tesi opposta.
Erik Lambert
Cercherò di essere chiaro. In realtà, caro Stefano Rolando, non la penso in modo molto diverso da Carlo Momigliano. E’ vero che il fenomeno televisivo più sconvolgente di questi ultimi venti anni è stata la televisione generalista. Tutt’oggi tre emittenti generaliste fanno pur sempre il 49% dell’ascolto in prima serata e ogni anno crescono i loro introiti pubblicitari. E’ un fenomeno fondamentale nonostante si siano sviluppate al loro fianco un centinaio di reti tematiche e di altre reti via cavo per le quali mensilmente - come veniva sottolineato giustamente da Rolando - gli americani spendono mediamente circa 60 dollari.
Credo che viviamo attualmente la prima tappa di un processo di “éclatement”, di implosione o meglio di frammentazione, della televisione, ma di una televisione di massa di natura totalitaria e monolitica. La comunicazione di massa continua a mio parere ad esistere ma non è più totalitaria nel senso che non è più la sola ad esistere. Costituisce ormai solo una parte del sistema della comunicazione. Questo per rispondere a chi mi ha preceduto.
Ma vorrei ora affrontare un tema appena sfiorato nel libro ma che oggi ci preoccupa molto, quello della convergenza. La convergenza sembra costituire la tappa successiva di questo processo, quella che dovrebbe accelerare quello che noi francesi chiamiamo ‘éclatement”, ossia questa implosione e frammentazione della comunicazione di massa, o comunque ai nostri occhi percepita come tale.
E’ opportuno ricordare subito come la convergenza rappresenti in primo luogo un fenomeno tecnologico favorito dall’avvento della rivoluzione digitale. La convergenza che tocchiamo con mano guardando le vetrine dei negozi dove si vendono telefonini, terminali per la tv digitale e di micro-calcolatori portatili. Chi opera nella costruzione di nuovi circuiti ci dice che nei prossimi anni avremmo un unico circuito per tutti questi oggetti. Sarà questa una delle principali convergenze tecnologiche.
Una seconda convergenza interessa le reti fisiche di trasmissione. In passato esistevano reti radiofoniche, reti televisive, reti telefoniche, reti via cavo. Queste reti, questi circuiti erano del tutto separati l’uno dall’altro. Oggi la convergenza fa sì che tutte queste reti sono in grado di trasportare dei numeri 1 e dei numero 0, ossia dei segnali digitali. Queste reti, a prescindere da quella che era la loro destinazione d’uso originaria, possono ormai trasportare segnali digitale che possono rappresentare qualsiasi cosa: radio, tv, dati, voce. In secondo luogo - e ciò ha costituito la fase di formazione e di tirocinio per il mondo dell’informatica - assistiamo all’arrivo dell’interattività ossia di forme di comunicazione bi-direzionali.
Per andare nel senso del dibattito introdotto in Italia dal libro di Bino Olivi e di Bruno Somalvico - vorrei a questo punto invitare alla prudenza. Non siamo di fronte ad un determinismo tecnologico. Il fatto che i terminali abbiano sempre di più la possibilità di divenire intercambiabili non significa di per sé che ciò che viene prodotto e viene trasmesso, ossia il loro uso diventi anch’esso intercambiabile.
L’evoluzione della televisione ha aperto le porte alla possibilità di frammentare l’audience senza peraltro far scomparire il ruolo preciso delle televisioni commerciali (che hanno purtuttavia, caro Momigliano, il compito di produrre programmi per i telespettatori anche se il servizio economico è chiaramente fornito all’industria e al sistema delle imprese). Questa frammentazione dell’audience non ha impedito loro la crescita dei loro introiti pubblicitari. Essa quindi consente alla comunicazione di massa di continuare ad esistere, garantendo in particolare al servizio pubblico un ruolo sociale importante proprio in quanto strumento di comunicazione di massa. Allo stesso modo si è aperta una possibilità per le nuove emittenti tematiche di arricchire la propria offerta . Per un’impresa si apre con la tv digitale la possibilità di lanciare una pubblicità diretta al singolo telespettatore e con una risposta immediata: l’utente riceve prospetti qualificati che rivestono un valore economico fondamentale per certe imprese. Ma vi sarà ancora un ruolo per una televisione pubblicitaria di massa e per la domanda economica è importante che rimanga una domanda di massa. Queste sono alcune opportunità offerte dalla convergenza. Ma ciò non vuol dire che chi fa televisione diventa un operatore di telecomunicazione o un informatico.
L’altro punto che volevo sottolineare si riferisce agli operatori televisivi a pagamento il cui obiettivo è di fornire un programma al cliente finale e per il quale quest’ultimo paga. Si crea in questo caso una relazione editoriale molto specifica. In questa veste per me è importante utilizzare tutte le nuove opportunità offerte dalla convergenza per trasformare l’offerta dei programmi e la relazione con il consumatore nella direzione in cui effettivamente egli desidera andare. Non si tratta di “violentarlo” e di imporgli dall’oggi al domani nuovi prodotti e nuovi servizi semplicemente perché sono tecnologicamente più innovativi. Ancora una volta non ci deve essere determinismo tecnologico. In questo ambiente in continua evoluzione che abbiamo la fortuna di vivere in questo frangente e che rende il nostro mestiere oggi del tutto appassionante, credo che gli operatori televisivi debbano riuscire a mantenere la propria specificità. Anche quando - come nel caso delle televisioni di Momigliano - forniamo servizi alle imprese, rimane il problema della relazione che dobbiamo avere nei confronti dei telespettatori. Non solo quello relativo alla natura della relazione da stabilire ma anche quello della responsabilità del nostro operato nei confronti dei telespettatori e dei consumatori. Questo vale per tutti gli operatori televisivi indistintamente. Questa responsabilità non investe necessariamente direttamente i contenuti. Permettete anche a me di fare una provocazione. All’epoca della deregolamentazione e della globalizzazione in cui vogliono l’ingresso nel mondo della televisione di nuovi soggetti e di nuovi grandi attori come i gestori telefonici e le società informatiche, che hanno culture di impresa e di relazioni con gli utenti del tutto diverse dalle nostre, costituisce una delle poste in gioco più importanti della trasformazione in corso. Altrettanto importante della relazione con i telespettatori.
Per concludere sulla convergenza, vorrei solo aggiungere che la pay tv classica con l’apparizione delle reti premium - che hanno rappresentato una nuova forma di consumo dei programmi -, la successiva frammentazione della programmazione verso la tematizzazione e l’ampliamento delle scelte, la possibilità oggi di fornire palinsesti sfasati multipli tali da consentire al telespettatore di determinare l’ora di inizio del programma prescelto all’interno per altro di un quadro di programmazione più strutturato rispetto al video-on-demand al quale faceva riferimento Momigliano, sono solo il primo passo.
Il secondo passo sarà quello di continuare a fornire programmi per i quali la gente ha voglia di pagare per vedere, ossia di continuare in fonde ad avere un ruolo proprio dei mass media che costituiscono una sorta di specchio della società. Mi riferisco alla valenza culturale che riveste il nostro ruolo di fornitori di programmi, ossia di content provider. Parlando in Italia mi si capisce subito al volo, mentre ho più difficoltà a farmi capire nell’Europa settentrionale dove appaio ridicolo quando mi sforzo di ricordare loro che la televisione rimane malgrado tutto una grande sfida culturale, una grande posta in gioco. Nel dibattito sulla convergenza ancora una volta il determinismo tecnologico non deve farci dimenticare la posta in gioco editoriale e culturale.
Stefano Rolando
La nomina recente di Alberto Contri nel Consiglio di Amministrazione della Rai costituisce un elemento di novità: il mondo della pubblicità arriva ai vertici del servizio pubblico. Alberto Contri può essere sollecitato sotto molti punti di vista. Sotto il profilo delle risorse, sotto quello delle conseguenze della trasformazione dell’offerta non solo per mantenere una pluralità di soggetti e garantire i nuovi entranti nel sistema ma anche per garantire la loro trasformazione e la riorganizzazione dei soggetti stabilizzati. Ci sono molti argomenti nell’agenda di un Consigliere d’Amministrazione della Rai
Alberto Contri (testo non rivisto dall'autore)
Cercherò di essere brevissimo. La mia nomina come Consigliere d’Amministrazione della Rai è troppo recente e sto ancora cercando di capire che cosa sia successo {per cui non mi è possibile rispondere alla quantità di argomenti e di interrogativi sollevati da questo libro}.
Forse non concordo molto con questo titolo apocalittico, perché tutte le volte in cui si è prefigurata la fine drammatica di qualche cosa, in realtà poi questa fine è arrivata molto molto più in là nel tempo. Ricordo un bellissimo convegno di Reseau quattro anni or sono organizzato da Telecom Italia a Venezia, in cui vennero due sociologi americani (uno si chiamava Guilbert (?) e l’altro si chiamava Cowey (?). Ognuno avevano una propria visione di come sarebbero diventati gli utenti televisivi.
Uno sosteneva che saremmo diventati tutti interattivi, ossia un unico pollice premuto sul televisore con il quale avremmo interagito in continuazione,. Il sistema sarebbe quindi stato caratterizzato da un’elevatissima percentuale di interattività e di alfabetizzazione informatica. L’altro, invece, diceva che non è vero. La popolazione soprattutto di un certo tipo, di tipo medio-basso, vive l’intrattenimento in maniera sempre estremamente passiva e quindi che questo tipo di intrattenimento passivo avrebbe potuto andare avanti addirittura nei secoli.
Mi ricordo che allora scrissi un articolo per Il Sole 24 Ore su questo tema e me lo sono riletto stamattina e rimango molto d’accordo con me stesso. Il giudizio era abbastanza salomonico: entrambe queste due forme continueranno anche se una problematica non indifferente soprattutto se vista sotto il punto di vista delle risorse risulterà molto diversa nei confronti del passato. Possiamo bene immaginare un tipo di televisione destinata ad un pubblico sicuramente di cultura medio-alta e quindi con risorse economiche e finanziarie medio-alte, e, di conseguenza, con alfabetizzazione in grado di interagire con telecomandi complessi.
Ciò significa comunque che possiamo effettivamente avere una televisione ad alto contenuto tematico e con una probabilità di ottenere un rapporto efficienza/efficacia del messaggio in essa contenuto molto elevata. Un programma fatto per appassionati di computer contiene in quella soltanto la pubblicità dei computer con l’evitabile problema di dover andare a parlare a 15 milioni di persone quando invece ce ne interessano solo 700 mila. Per contro, con una probabilità altrettanto apocalittica, dall’altra parte ci dovrebbe continuare ad essere un polo basso, stravaccato sulla poltrona, che si accontenta di soap-operas da 4 soldi, raccogliendo pubblicità soltanto qualche detersivo e non di più, e quindi disponendo di pochissime risorse.
E’ probabile dunque che avremo una forbice: da un lato un certo tipo di popolazione sempre più informata, sempre più acculturata, sempre meglio servita, dal punto di vista dei servizi e dei prodotti, e dall’altro una popolazione sempre più imbecille, sempre meno competente e sempre meno informata con una tv fatta con 4 soldi. Effettivamente questa visione è un tantino apocalittica.
Molto probabilmente la soluzione sta nel mezzo. Sono appena usciti gli atti di un convegno sul fattore-tempo. Dal momento che il tempo è il fattore critico della nostra epoca, con questo irrompere di un prime time che diventa main time, un individuo può avere due ore di tempo dopo cena e 400 canali da guardare. Ma se egli passa solo il proprio tempo principale a guardare l’elenco dei 400 canali ha già consumato le due ore. O delle due l’una: o passa il tempo a guardare i titoli delle 400 emittenti oppure - come si sente vociferare - nascono questi nuovi servizi per cui effettivamente c’è qualcuno che lavora per te e comincia - avendo conosciuto il tuo nome il tuo cognome e le tue passioni - , a prepararti a casa una bella tabellina con già indicato che cosa effettivamente c’è di interessante per Te questa sera. Ma questo già ci porta ad affrontare un tema che sta molto più a valle della nostra problematica.
L’altra cosa che vorrei sottolineare è che, a causa dell’esistenza di un vero e proprio mito della tecnologia in questo Paese - e non me ne voglia l’amico Ingegner Vannucchi che stimo e adoro per le sue immense conoscenze - molto spesso molti prodotti come ad esempio i videoregistratori sono stati poi spinti dalla tecnologia. Ci siamo dimenticati che alla fine il vero Re è il contenuto. The Content is Queen. The Content is King. E’ un vecchio aforisma che ho imparato qualche hanno fa. Quello che conta è veramente il contenuto. Ci troviamo di fronte alle più grosse disillusioni a fronte di diavolerie tecnologiche che ci sono state proposte, perché nel momento in cui abbiamo scartato l’apparecchio appena acquistato visto come funziona e quella meraviglia di luci e di lucette che lampeggiano, ci chiediamo: cosa fanno? Fanno il caffè. Ma allora forse anche la vecchia napoletana poteva andare bene.
Il tempo è un fattore incomprimibile ed è forse la risorsa che meno risulta a nostra disposizione. Questo vale per tutti: non solo per i manager ma anche per la casalinga di Voghera che ritiene di non avere più tempo. Tutti quelli che le offrono paste pronte in pochi minuti e tortellini che cuociono in un minuto hanno un successo strepitoso perché francamente le consentono di risparmiare 30 minuti della propria vita avendo la pasta pronta in tre minuti. Quindi. Il tempo è fondamentale. Il contenuto è fondamentale. Il mondo é convinto che il mondo evolve da quella parte.
Si è convinti che la web tv sarà un qualcosa che assolutamente ci aiuterà nella vita di tutti i giorni. Si è parlato della convergenza. La responsabilità del servizio pubblico è comunque di favorire l’avviamento del sistema-Paese anche verso questo tipo di tecnologia. Mi rendo conto che la tv commerciale per suo proprio fine non abbia per il momento la necessità di guardare al di là di quello che è oggi il suo proprio fine di impresa e di avviare servizi che oggi rappresentano solo una spesa. Sappiamo tutti che il pay-back di tutte queste nuove attività è molto differito nel tempo. Contemporaneamente la responsabilità del servizio pubblico è invece quella di mettere in grado il sistema-Paese di avviarsi sulle cosiddette autostrade dell’informazione.
Ecco il motivo del nostro interesse per la piattaforma digitale. Ci sono state ovviamente un po’ di turbolenze sia nella Rai prima, sia poi in Telecom Italia. Direi che forse le cose adesso sono un po’ sistemate. La responsabilità del servizio pubblico è dunque di mettersi su questo tipo di tecnologie, di spingere e di investire una quantità di quattrini su questo tipo di tecnologie, proprio perché francamente i nostri figli poi ci ringrazieranno un domani.
Naturalmente qui nascono una quantità di problemi di cui parlerà meglio di me Vannucchi. Il fatto è che le guerre di oggi non si giocano più con i cannoni né con le bombe nucleari, ma si giocano con le autostrade dell’informazione. Per cui la scelta di uno standard o dell’altro - soprattutto in questo settore - può significare problemi molto rilevanti sia dal punto di vista dell’antitrust, sia dal punto di vista dell’identità culturale di un Paese, sia dal punto di vista dei flussi informativi.
Contemporaneamente il digitale ci può già offrire delle sconfinate possibilità anche molto semplici per l’utente. Consente ad un Italiano di Brooklin di vedere il telegiornale di Trieste o di Palermo (e scusate se è poco). La nostra responsabilità è dunque di entrare pesantemente in quest’area sapendo in questo momento che non è un’area di grandissimo business. Comunque il servizio pubblico - con la quantità delle videoteche di cui si trova a disporre - può concorrere ad entrare in questo settore con dei contenuti che francamente possono essere interessanti.
Resta il problema di fondo - e Momigliano lo sa benissimo -. Ormai facciamo parte di un carro di teschi che si incontra da anni su questi banchi. Il vero killer di queste offerte è dato dall’offerta generalista che attualmente continua ad esserci. Non si capisce perché mai, avendo a disposizione una quantità di offerta televisiva così forte e ricca (pur essendo interrotta da noiosi break pubblicitari) dove si possa poi trovare il tempo e i quattrini per investire su qualcosa altro. A questo punto la risposta è una sola. O il contenuto è tanto forte e strepitoso da fare la differenza. Oppure tanto vale restare sulla vecchia televisione generalista!
Stefano Rolando
Introducendo l’intervento di Guido Vannucchi esperto di tecnologie ma con una visione generale dei problemi sono anche un po’ in obbligo a mettere sul tavolo un’altra cosa a sua volta enigmatica di questo libro che dice: dal “Villaggio globale” alla nuova Babele elettronica. Forse tutto ciò avrebbe dovuto farci servire a comunicare meglio, in realtà - potremmo così interpretare il sottotitolo utilizzato dagli autori - stiamo arrivando alla Babele ossia al luogo della non comunicazione. Contri ha già disegnato questo rischio. Si parte e si fuoriesce da questo villaggio globale che poi in tutto il libro è invece considerato il punto di arrivo la globalizzazione. La parola a Guido Vannucchi, vice-direttore generale della Rai per la produzione e la diffusione.
Guido Vannucchi (intervento corretto dall’autore)
Come “esperto di tecnologia” per prima cosa mi preme fare un commento su questa denominazione. Dire che i contenuti fossero una cosa importante l’avevo già scoperto 20 anni fa’ anche facendo telecomunicazioni e non ho mai creduto personalmente troppo nella tecnologia per se stessa.
Premesso ciò, mi sembra opportuno sottolineare che in Italia si sottovaluta troppo spesso la tecnologia e fra poco ci vergogneremo di chi produce tecnologia! Anche se non ho mai creduto che la tecnologia sia un elemento determinante, mai come in questo momento essa ha influenzato le scelte sui contenuti e sui programmi. E di questo vorrei qui parlare.
In primo luogo credo che valga la pena scorrere la prima parte del libro. Il libro dà una visione della rivoluzione grandiosa che si è prodotta nel mondo delle telecomunicazioni e dell’informatica e che è stata completata dal processo di digitalizzazione della televisione. Il sottoscritto, che è fondamentalmente un uomo di telecomunicazioni perché la maggior parte della sua vita l’ha trascorsa in questo universo, ricorda la rivoluzione rappresentata dall’ingresso della digitalizzazione nel segnale telefonico. Fu una rivoluzione straordinaria che era nata per motivi esclusivamente e solo economici senza prevederne le grandi potenzialità e che poi sfociò in una sistemistica di rete completamente diversa e in concezione di rete del tutto differente.
La digitalizzazione della televisione completa sotto questo profilo la numerizzazione di tutti i segnali. Ma è stato solo attraverso questo completamento che si è resa possibile l’apertura alla multimedialità. Tutti i segnali dovevano avere una matrice comune: questa matrice comune è rappresentata dal bit. Se non fosse avvenuto questo processo oggi non parleremmo di multimedialità. Un secondo processo è stato rappresentato dal fatto che la televisione numerica occupa una banda così elevata che senza un processo di compressione dei segnali, la sua introduzione e la rivoluzione che ne è conseguita non sarebbe stata possibile. Sono questi i due elementi che hanno caratterizzato questa enorme trasformazione verso la multimedialità.
In Italia abbiamo delle buone idee ma non riusciamo a sfruttarne le ricadute industriali: la televisione digitale è infatti un fenomeno totalmente italiano e pochi, probabilmente, in questa sala lo sanno. Nel momento in cui nel 1987 nacque la prima idea di applicare algoritmi nuovi alla televisione digitale per farne la compressione dei segnali (attraverso un accordo fra la Rai e la società Telettra che allora dirigevo), il discorso venne all’epoca ritenuto un discorso controcorrente e da non far passare. La Comunità Europea sosteneva infatti un’altra soluzione, l’HD-MAC, che era uno standard di trasmissione analogica ad alta definizione che nessuno oggi ricorda. Ma in quel momento fu fatto il più grave errore manageriale e quasi un errore da manuale. Si disse: “abbiamo speso 1500 miliardi e dobbiamo andare avanti”: ne spesero altri 1500 inutilmente.
A questo punto la rivoluzione apportata dall’Italia fu duplice perché gli algoritmi studiati hanno anche fatto cambiare parere agli Stati Uniti che decisero di passare direttamente al digitale dopo aver visto le realizzazioni presentate al NAB di Los Angeles dalla Rai e dalla Telettra nel 1989. La conseguenza della compressione applicata alla televisione normale anziché all’alta definizione ha provocato un tale aumento dell’offerta televisiva che si è prodotto un fenomeno che nessuno poteva immaginare. La telefonia ha un numero enorme di telefonate al giorno: se noi traduciamo il numero di bit di telefonia trasmessi in un anno, abbiamo un certo valore. Questo valore si riteneva fosse irraggiungibile da qualunque altro tipo di informazione. Per la prima volta, invece, in questi anni la televisione con informazioni differenziate alla fonte ha superato l’ammontare dell’informazione telefonica, ossia è diventata sotto il profilo quantitativo la più importante informazione del mondo. Con il rischio, tuttavia, che con la moltiplicazione delle offerte si rafforzi il pericolo di avere molta televisione spazzatura.
In questo quadro qual’è il ruolo che devono giocare i broadcaster, ed in particolare qual’è il ruolo per i radiodiffusori pubblici? Il ruolo è abbastanza importante perché è un ruolo di guida nella evoluzione di tipo tecnologico, è un ruolo che impone di seguire una determinata evoluzione in maniera tale che possa far sfruttare il vantaggio competitivo che un broadcaster generalista in Europa continua ad avere. Chi mi ha preceduto ha evidenziato il ruolo che la televisione generalista continua ad avere negli Stati Uniti. Gli introiti dei network commerciali, pur subendo un’erosione dell’ascolto, non tendono a calare: ciò significa che il processo di decrescita della televisione sarà molto lungo.
Tuttavia sono convinto che, se non si cavalcano sin dal primo momento le nuove tecnologie, da un certo momento in poi ci si troverà in posizione di rapida decadenza. Ricordo quanto avvenuto in occasione dell’introduzione della televisione a colori: pur essendo una novità rispetto alla tv in bianco e nero, il processo di introduzione della tv a colori è durato 20 anni fino all’accelerazione finale che ha soppiantato totalmente la tv in bianco e nero. Ma se sin dal principio non avesse studiato e risolto tutte le complesse problematiche e affrontato i nuovi linguaggi della tv a colori oggi probabilmente sarebbe stato completamente dimenticato.
Cerchiamo, in conclusione, di capire quale sia la nuova finestra di opportunità che si apre. Oggi discutiamo di un fenomeno che ha dimensioni molto maggiori di quelle della televisione: in virtù della rivoluzione in corso stiamo discutendo del futuro grande mercato della multimedialità. E’ un mercato di dimensioni gigantesche che è valutato nel 2010 a 3 mila miliardi di dollari.
In che aree si esplicherà essenzialmente questo grande mercato? Nelle nuove aree create dalla convergenza. Convergenza è una delle tante parole misteriose che negli ultimi tempi vengono spesso pronunciate in Italia. C’è la piattaforma, c’è la multimedialità, c’è la convergenza. Abbiamo a che fare con parole il cui significato non è preciso. La convergenza “sic et simpliciter”, cioè senza aggettivi, vuol dire la convergenza di tante cose contemporaneamente: la convergenza delle tecniche, la convergenza dei mercati, la convergenza delle infrastrutture. Facciamo un esempio, già accennato da Erik Lambert. Un collegamento o una rete che prima servivano per collegamenti telefonici, oggi grazie alla rivoluzione dei bit può trasmettere dati, ovvero telefonia ovvero televisione. Le infrastrutture possono farsi concorrenza fra di loro aprendo di conseguenza enormi potenzialità di competizione. In questo discorso della convergenza, c’è un altro campo, forse, oggi ancora poco presente ma che in futuro rivestirà grande importanza: c’è la convergenza dei media e dei relativi linguaggi. Essa rappresenterà una delle rivoluzioni più grandi. Perché nel momento in cui avremo un Internet (che oggi ha un suo linguaggio) a banda larga, sicuramente tenderanno a convergere anche le forme espressive dei linguaggi Internet e televisivo.
In questo percorso - riportandoci al libro - è giustissimo evidenziare in primo luogo il ruolo del satellite perché esso è stato strepitosamente importante. Perché? Il satellite pur non essendo il punto d’arrivo - e poi ne spiegherò le ragioni - ha rappresentato la rottura di varie barriere. Prima di tutto la rottura della barriera nazionale, perché le televisioni erano protette da barriere di lingua e di confini geografici in quanto la diffusione terrestre era l’unica possibilità. Attraverso il satellite invece è possibile illuminare un immenso territorio. Oggi, con antenne da 60-80 centimetri, i programmi tematici in chiaro della Rai possono essere ricevuti dalle Azzorre - da dove riceviamo lettere - sino a metà della Russia, dalla Norvegia sino a tutta la fascia del Nord Africa.
Ma c’è una seconda innovazione importante: in qualunque luogo di questa immensa zona si possono trasmettere film e servire 4 o 5 differenti mercati perché è possibile avere 4 o 5 colonne sonore diverse per lo stesso film trasmesse assieme all’unico segnale televisivo. Questa è la prima grande rivoluzione.
Il satellite ha però un limite che rende importanti sul lungo periodo le reti cablate e più avanti farò alcune considerazioni sul Piano Socrate, viste le notizie di questi giorni. Da un punto di vista tecnico non ci sarebbe nessuna difficoltà a realizzare, ad esempio, un Video-on-Demand tramite satellite, perché un utente, tramite linea telefonica, può inviare un comando semplicissimo ad un Centro Servizi che a sua volta lo invia con un “up link” al satellite e quindi lo distribuisce al singolo utente che l’ha richiesto. Ma vale la pena consumare una frequenza in grado di coprire questo immenso territorio per dedicarlo per due ore ad un singolo utente? Non avrebbe alcun senso. Questa è la semplice ragione per la quale le reti cablate a larga banda in cavo e fibra ottica avranno importanza in futuro.
In un panorama in rapida evoluzione tecnologica cosa può fare un broadcaster pubblico che ha anche dei doveri di spingere verso l’innovazione? L’obiettivo che si deve porre è individuare il percorso da fare per portarsi dalla multimedialità di tipo diffusivo alla multimedialità interattiva personalizzata “on line” che rappresenta la maggior parte dell’immenso mercato previsto nel quale ovviamente centrali risultano soprattutto i contenuti. Il vero mercato della società dell’informazione è rappresentato dalla multimedialità “on line” di tipo interattivo e quindi personalizzato.
In Europa non siamo ancora entrati nella società dell’informazione. Ci sono appena entrati gli Stati Uniti che hanno percepito sino in fondo il significato delle autostrade dell’informazione: mentre il bit elaborato costa pochissimo, il bit trasmesso costa ancora troppo e il suo costo va drasticamente ridotto. Più specificamente è necessario arrivare ad una situazione in cui il costo del bit trasmesso risulti diminuito di due o tre ordini di grandezza. In tal modo si può inoltre moltiplicare di quattro ordini di grandezza la capacità di informazione richiesta ed è così che nascono le autostrade elettroniche.
In questa visione generale dell’evoluzione del sistema quali sono i passi che può fare un broadcaster pubblico come la Rai e che cosa si è fatto? In primo luogo abbiamo dato grande enfasi all’uso del satellite digitale: siamo stati il primo broadcaster pubblico a dare avvio alla televisione digitale da satellite nell’autunno del 1996 con il simulcast dei programmi terrestri e con tre canali (Raisat) addizionali di servizio pubblico senza pubblicità (cultura, ragazzi, continuing education). In secondo luogo stiamo dando grande attenzione - sia pure con le difficoltà e le lentezze del caso - allo sviluppo della “pay tv”.
Stiamo anche dando grande attenzione a mezzi nuovi come le altissime frequenze (40 GHz) impiegate per una televisione cellulare su isole del territorio: nonostante che tali sistemi siano microonde, hanno le identiche caratteristiche di un cablaggio con canale di ritorno e con una capacità paragonabile a quella di un cablaggio. Sono quindi in grado - con alcune limitazioni - di poter essere economicamente in competizione con il cablaggio urbano che, a seconda delle condizioni, può avere costo molto alto.
Ma stiamo andando sempre più nella direzione della multimedialità interattiva. Ci stiamo fortemente occupando anche di Internet che non può essere costituito solo da un sito-immagine della Rai ma deve essere un sito innovativo e complementare ai nostri programmi più innovativi. Ogni programma di RaiSat ha un corrispondente canale Internet che è complementare al programma stesso ed impiega i linguaggi dei media della convergenza.
Stiamo inoltre istallando in Italia - bisognerà ancora aspettare qualche mese per avere ricevitori a basso prezzo - il Digital Audio Broadcasting (DAB) che trasmette la radio con la qualità di un Compact Disc (CD). Il DAB non è però solo una radio che trasmette suoni con la qualità di un CD - e che riesce ad essere ricevuta anche in condizioni assai sfavorevoli perché è un sistema molto robusto che non risente né delle riflessioni né degli echi -. Il DAB è qualcosa di più. E’ il primo sistema multimediale di tipo diffusivo completo, ossia in grado di combinare insieme immagini e suoni. In connessione con il Global Positionning System, il DAB può fornire inoltre eccezionali servizi di informazione in tempo reale sul traffico, indicando le strade alternative da percorrere in caso di incidente sul proprio percorso.
La Rai, anche se essenzialmente per usi interni Rai, sta portando avanti un progetto avanzato per le teche aperto agli sviluppi più recenti di multimedialità interattiva. Il sistema allo studio offre, in primo luogo, un ricco catalogo multimediale con tecniche di compressione in grado di viaggiare anche su Internet o, volendo essere più veloci, su Intranet da satellite. Tale catalogo permette l’individuazione di quel che ci interessa e successivamente un operatore Rai può richiedere in tempo reale il documento radiofonico o quello televisivo individuato. Ci vorranno anni per catalogare tutto il passato: questa operazione va infatti fatta su 400 mila ore di televisione e altrettante di radio e costituirà un servizio molto avanzato per i ricercatori e, all’interno della Rai, per possibili post-produzioni a distanza.
Stiamo anche facendo un grande sforzo - e questo forse esula un po’ dal nostro tema di oggi - anche nella produzione digitale. Qualcuno di voi avrà certamente visto Viaggio nel cosmo, il programma di Piero Angela. Quando - come in questo caso - un programma è fatto bene, si riesce infatti a conciliare l’audience con il servizio pubblico. Tutti gli effetti speciali realizzati nei nostri studi sarebbero stati impossibili senza le tecniche digitali e senza la possibilità di costruire “set virtuali”. Questo è un altro elemento di quel grande campo di sviluppo della digitalizzazione al quale bisogna ovviamente dare grande attenzione.
In questo quadro quello che un po’ amareggia - debbo confessarlo - è che nelle grandi polemiche sulla Rai che hanno imperversato sui quotidiani nessuno ha mai ricordato quanto sia stato fatto dal servizio pubblico nello sviluppo della tecnologia. Mentre all’estero, ed ancora recentemente a Parigi poco prima di Natale in occasione di una riunione dei broadcaster pubblici europei, è stato sottolineato dagli altri Paesi il ruolo di avanguardia della Rai nell’innovazione tecnologica sotto tutti questi aspetti.
Concludo con alcune osservazioni sul progetto Socrate spiegando le ragioni per le quali sono convinto che sul lungo termine il ruolo degli operatori di telecomunicazione rivesta una grande importanza. Ciò vale naturalmente sia per i vecchi monopolisti sia per i nuovi entranti. Quel futuro grande mercato della comunicazione “on line” interattiva e personalizzata al quale accennavo sopra può infatti essere realizzato solo attraverso reti fisiche - perché sono quelle che non subiscono l’affollamento dell’etere con il quale sarà necessario fare i conti -.
Il principale difetto del progetto Socrate - e mi dispiace che non sia potuto essere presente il rappresentante di Telecom Italia - è che il progetto era inutilmente grandioso rispetto all’obiettivo di un’architettura diffusiva via cavo in concorrenza al satellite. Il progetto Socrate sta portando oggi ad una sorta di effetto-boomerang perché, essendoci giornalisti innamorati degli slogan, sembra che in assenza di cablaggio l’Italia non possa più fare nessuna forma di multimedialità. Con il che ci si dimentica che esistono le reti ISDN, che consentono di portare a casa un mare di servizi a banda stretta non ancora sfruttati.
Per parte mia ritengo che il sistema ADSL - che oggi sembra riproposto e di cui sono un sostenitore da molti anni - possa benissimo dare delle forme di multimedialità avanzatissime che corrispondono esattamente a quelle fornite da un cavo a larga banda. Naturalmente quest’ultimo è un sistema di trasmissione e i sistemi a fibra ottica costituiranno il vero punto di arrivo. Ma prima di arrivare a tale soluzione gli investimenti vanno graduati a seconda di come cresce il Paese nell’utilizzo di nuovi servizi. Ed è proprio per questo che io credo che bisogna avere idee molto lontane nella prospettiva ma graduate negli investimenti perché occorre stare attenti a non fare errori che possano richiedere troppo in anticipo investimenti ingiustificati rispetto al momento in cui realmente saranno adottati.
Stefano Rolando
Vannucchi ha messo molta carne al fuoco. Proseguirei il dibattito interrogandoci su che senso abbia andare a sollecitare l’utente su offerte diversificate che insistano su prezzi ,su qualità e su cultura della scelta in una stagione di offerta generalista che rimane così opulenta e grassa come il nostro Carnevale, e che mantiene - volens nolens - una certa consistenza qualitativa. C’è chi lo fa, come Tele Più che si va rivolgendo ad un’utenza segmentata parlando di prezzi, di qualità e di scelte. Come potete valutare - alla luce della vostra esperienza - la consistenza di un mercato in cambiamento e che giustifica il titolo di questo libro?
Carlo Galli Zugaro
Nel mio caso non credo che gli autori debbano affilare le armi per controbattere un’affermazione piuttosto che un’altra perché il mio intervento sarà un elogio costante e motivato agli autori stessi. Molte pubblicazioni sul futuro della società dell’informazione, sugli effetti dei progressi in campo tecnologico, o sull’evoluzione dei modelli televisivi si limitano a delle semplici trasposizioni di tendenze in atto in altri Paesi, in particolare gli Stati Uniti, senza una contestualizzazione adeguata che metta in un giusto rapporto gli aspetti tecnologici culturali economici e normativi per un Paese come l’Italia. Il libro corposo di Bino Olivi e di Bruno Somalvico, invece, rispecchia una visione al contempo globale e locale del mondo della comunicazione. Basta gettare un’occhiata all’indice per capire l’importanza di una corretta classificazione e gerarchizzazione dei concetti. Sembra un fatto banale. In realtà costituisce un elemento importantissimo di un volume che può essere visto sia come un manuale di riferimento per addetti ai lavori e non, sia come l’ossatura di una ricerca che potrà essere in futuro facilmente aggiornata.
Cosa significa andare oltre la trasposizione di trend a cui facevo riferimento. Vorrei trovare degli esempi concreti. Il primo esempio - che sta molto a cuore a chi fa televisione a pagamento - è proporre un ripensamento dei contenuti per una nuova televisione e per la multimedialità che non può significhi semplicemente riordinare le fasce della televisione generalista in una rimescolata tematicità, bensì analizzare - come fa il saggio - , quali sono le differenze fra una televisione generalista e una televisione premium. Vuol dire fare un analisi dell’impatto della rivoluzione digitale fatta da chi è anche a\ conoscenza della storia delle innovazioni tecnologiche. Lo sui vede ben nel capitolo conclusivo.
Al punto che è legittimo chiedersi sino a che punto la storia si ripeta nei cambiamenti attuali. L’esperienza degli autori ci permette di trarre vantaggio da un lato da una profonda conoscenza da parte di Bino Olivi della normativa europea e americana sia per la radiodiffusione e per il Broadcasting sia per le telecomunicazioni - cosa molto attuale quando si parla di Libro Verde sulla convergenza. Dall’altra parte l’angolo di osservazione interno al servizio pubblico radiotelevisivo di Bruno Somalvico ci consente di pensare - anche con il rischio di creare dei conflitti - alle difficoltà di ridefinire il servizio pubblico in un contesto del tipo “paga per vedere”.
Vorrei quindi concludere - per essere molto breve - che questo libro dovrebbe trovarsi sulla scrivania di tutti i componenti della nuova Authority. E’ un libro che può fornire alcune risposte al Libro Verde sulla Convergenza dell’Unione Europea che è oggi aperto alla consultazione. Ma permettemi di entrare più in dettaglio citando un esempio concreto di quella profondità dell’analisi che hanno svolto gli autori. Olivi e Somalvico si possono praticamente permettere il lusso di fornire un decalogo agli analisti del settore. Dopo una premessa che indica i nuovi soggetti apparsi sulla scena televisiva, società telefoniche, imprese informatiche, ecc. si dice: ”Sono dunque da seguire attentamente le strategie delle imprese coinvolte e in particolare: a) le iniziative delle Baby Bell in vista delle autostrade elettroniche talvolta in associazione con operatori televisivi via cavo o con altri fornitori di contenuto; b) gli sforzi delle grandi società informatiche impegnate nella fornitura di servizi on line; c) le recentissime alleanze degli operatori telefonici a lunga distanza con gli operatori multicanali digitali via satellite”.
Il mio sarà quindi solo un invito a leggere un libro che già propongo ai tesisti che, di tanto in tanto, vengono di tanto in tanto a trovarmi a Tele Più per acquisire informazioni sullo sviluppo della televisione a pagamento, sui vari modelli, la loro evoluzione e su quali siano le prospettive di crescita di questo mercato. A tutti loro dico tranquillamente: “Prima leggetevi questo libro: poi tornate pure da me e vi darò alcune informazioni complementari”.
Stefano Rolando
Prima di dare la parola conclusiva al Commissario Monti, Riccardo Perissich potrà darci il contributo di un’azienda italiana, la Pirelli, che qui a Milano significa qualcosa ma che però guarda ormai ad un mercato globale, ad un suo naturale processo di globalizzazione ed, anche, credo, attraverso il cavo, alla trasformazione del sistema della comunicazione. Riccardo Perissich, oltre che rappresentante degli affari istituzionali di Pirelli, è anche uomo d’Europa. Si occupa degli affari europei in Confindustria e la sua esperienza in sede europea come alto funzionario della Commissione aveva già toccato con mano le difficoltà di superare le barriere normative, organizzative e culturali che gelosamente hanno coltivato i vari sistemi televisivi nazionali. Credo quindi che il suo sarà un utile contributo capace di fare il collegamento fra quanto sinora detto dal sistema delle imprese e quanto ci dirà in conclusione il professor Monti a nome della Commissione Europea.
Riccardo Perissich (testo rivisto dall’autore)
Mi sono domandato perché sono stato invitato a questa tavola-rotonda. Presumo che non sia per difendere Socrate rispetto alla tecnologia ADSL, cosa che comunque non farei in assenza di rappresentanti di Telecom Italia. Anche se resto convinto che l’avvenire ci dirà che se l’Italia si avvierà effettivamente verso il multimediale ad un certo punto di molta fibra avrà bisogno. Ma questa non mi pare la ragione per la quale mi trovo qui a discutere del libro. Mi viene in mente, invece, la valle del Re e la tomba di un dignitario d’Egitto sotto la quale c’è scritto: conosciuto dal Faraone. Nel mio caso la ragione è: conosciuto da Bino Olivi.
Del libro mi hanno colpito due cose, anzi tre, ma sulla terza tornerò più tardi. La prima è la nozione di Babele. La seconda il messaggio sul ritardo europeo. L’idea di Babele mi è piaciuta molto e mi ha fatto pensare che ci deve essere una relazione con la ragione per la quale noi europei siamo in ritardo. Credo che la differenza fondamentale fra l’Europa e gli Stati Uniti è che noi detestiamo Babele perché Babele è il disordine mentre gli Americani la amano moltissimo, amano il disordine. Chiacchierando tempo fa con un imprenditore americano sulla Russia, gli esprimevo un punto di vista tipicamente europeo: non bisogna andare in Russia perché c’è il far west. E lui mi rispondeva: ma questa è proprio la ragione per la quale si deve andare in Russia! Non ci sono regole e quindi ci sono straordinarie opportunità. Sono due modi diversi di concepire la realtà. Non dò giudizi di valore sull’uno e sull’altro. Resta il fatto che nessuno può credere che si possa realizzare una rivoluzione tecnologica senza un po’ di disordine. Chi non vuole disordine rinuncia ad accelerare la rivoluzione. Questo non vuol dire che nel gestire la rivoluzione non si debba cercare di introdurre delle regole, ma bisogna sapere che si vive in un contesto in cui la realtà è sempre più forte delle regole e le regole sono comunque sempre in ritardo sull’evoluzione della realtà. Gli Stati Uniti hanno fortemente regolato il passaggio e la transizione verso la Società dell’Informazione, ma con questa consapevolezza: che per quanto possibile avrebbero dovuto tentare di imporre regole che non ritardavano l’evoluzione ma piuttosto regole che l’acceleravano.
Noi abbiamo fatto il contrario. Per quale ragione? Perché in questo continente - non parlo poi dell’Italia - l‘idea di un processo di trasformazione rapida deve necessariamente comportare morti e feriti, è un’idea che ci ripugna. Amiamo moltissimo la rivoluzione, a condizione che nessuno, ma proprio nessuno, ne sia danneggiato, che, per definizione, tutti gli attori possano trarne vantaggio, che tutti ci debbano guadagnare. E, per carità!: se c’è un solo canale televisivo in un paese sperduto che rischia di chiudere per questa rivoluzione è un danno mortale per il pluralismo e quindi bisogna assolutamente evitarlo. Questo è l’istinto non degli italiani soltanto. E’ l’istinto con cui più o meno tutti gli europei, o comunque tutti gli europei continentali, hanno affrontato questa vicenda.
Quando a Bruxelles - poco prima che me ne andassi - si scriveva alla Commissione Europea quello che sarà poi noto come il rapporto Bangemann sulla Società dell’Informazione, mentre contemporaneamente gli Americani stavano preparando il Piano sulle Information Highways di Al Gore, la domanda che tutti si ponevano era più o meno la stessa: come vengono fuori gli attori? Chi saranno i vincitori e chi saranno in vinti? Pochi contestavano in quell’epoca che il principale problema sarebbe stato di evitare che AT&T diventasse il dominatore mondiale della Società dell’Informazione. E, in effetti, negli Stati Uniti è stato fatto un grosso sforzo di regolamentazione proprio per evitare che AT&T acquisisse un potere eccessivo. A cinque anni di distanza, pochi oggi si porrebbero ancora questo problema. Oggi non so se l’atteggiamento in Europa sia cambiato. Ma negli Stati Uniti ci si pone invece il problema di sapere se la stessa AT&T sarà in grado di sopravvivere nella sua forma attuale alla concorrenza così come è andata sviluppandosi. La seconda considerazione - e questo mi piace molto della Babele che stiamo vivendo - è che nessuno, ma assolutamente nessuno, può prevedere le nuove forme di organizzazione che sta assumendo la concorrenza. Abbiamo tentato di capire se il processo di riaggregazione sarebbe stato orizzontale o verticale. Siamo stati sistematicamente smentiti in tutte le previsioni. Ogni volta che si è annunciata una mega-fusione la si è interpretata come il segnale per il futuro, per poi constatare solo sei settimane dopo che la Borsa la bocciava e che comunque la cosa crollava. Siamo in un magma abbastanza indefinito e in movimento quotidiano. Chi cerca di razionalizzarlo è per definizione perdente, perché chi cerca di razionalizzarlo e di decidere in anticipo in che senso il magma dovrebbe orientarsi vuol dire che ha perso l’opportunità.
Ciò mi porta ad affrontare un altro tema. Nella mia vita ho fatto molte cose sbagliate - ma vi è una cosa di cui mi pento amaramente e la sconterò credo nell’altro mondo - ed è la Direttiva sulla Televisione senza Frontiere. L’ho concepita, l’ho negoziata ed è un mostro. Perché è un mostro? Perché le persone ingenue come me, che ritenevano che fosse una buona idea, pensarono che ci voleva in Europa un elemento giuridico per abbattere le frontiere nazionali e permettere a imprenditori televisivi europei di emergere. Si trattava insomma di creare lo strumento giuridico per far emergere un’industria europea.
Quando si discusse la Direttiva, il problema delle quote di programmi europei era del tutto marginale. Nessuno ci credeva - ed io personalmente lo trovavo un errore e continua a pensarlo - ma non era considerata una cosa importante. E’ diventato poi invece l’unico elemento a cui si fa attenzione. Il giorno dopo l’approvazione della Direttiva tutti i governi, hanno avuto una sola preoccupazione: quella di conservare il sistema televisivo nazionale esattamente com’era. E soprattutto di scoraggiare la transnazionalizzazione delle imprese e dei programmi.
Noi parliamo oggi di quanti canali generalisti ci dovrebbero essere in Italia. In Belgio, ossia in un Paese di 10 milioni di abitanti, ce ne sono 6; se interroghiamo i politici belgi ritengono che una loro riduzione rappresenterebbe la fine della cultura nazionale. Devono essere e rimanere belgi, in caso contrario sarebbe inferto un attacco intollerabile alla cultura nazionale di quel Paese. Questo è stato il modo nel quale abbiamo reagito nel Vecchio Continente, all’eccezione del Regno Unito. Vale quanto dicevo sopra: nessuno deve morire. Si vuole la rivoluzione ma non si vuole assolutamente pagarne il prezzo in termini di morti e feriti.
E qui c’è il terzo punto che mi ha interessato nell’eccellente libro di Olivi e di Somalvico dove lamentano la difficoltà dell’emergere di imprenditori europei sia privati sia pubblici. Perché ci si poteva in fondo aspettare che anche le televisioni pubbliche - sia pure in maniera dirigistica - lo avrebbero fatto. No. Sono riuscite a realizzare alcune cose, ma non sono riuscite a costruire una televisione pubblica europea.
Neanche i privati sono riusciti a farlo. Molti ci hanno provato, ma quasi nessuno è riuscito in questo intento. Adesso abbiamo i due fenomeni ben analizzati nel libro: Murdoch e Canal Plus, che sono certamente allo stadio attuale delle cose gli unici due successi europei, realizzati peraltro in due contesti profondamente diversi.
Mi permetto di dire - nonostante la presenza degli amici di Canal Plus che apprezzo moltissimo - che si tratta ancora di una cosa un po’ fragile. Prima di poter dire che il successo di Canal Plus, o quello di Murdoch, siano la dimostrazione che può emergere una televisione europea, mi pare che abbiamo ancora bisogno di qualche prova supplementare. Ma, complessivamente, questo è il risultato che abbiamo conosciuto e spiega la ragione per la quale sono così deluso delle grandi e probabilmente spropositate ambizioni che ci eravamo proposti quando ci eravamo detti: liberalizziamo il mercato della televisione e le energie si svilupperanno.
A questo punto devo dire francamente che l’altra questione posta dal libro - la televisione sarà generalista o non sarà generalista - dal mio punto di vista di consumatore è del tutto irrilevante. Istintivamente sarei portato a rispondere: speriamo che non sia generalista. Solo perché non mi piace la televisione generalista. E’ invece molto importante per gli eventuali investitori che dovranno mettere dei soldi nei canali televisivi. La cosa che mi preoccupa è che invece la domanda sembra appassionare i politici, come se dipendesse da loro decidere se la televisione sarà generalista o non sarà generalista. E questa è la cosa più pericolosa del mondo. Che interesse riveste per la politica sapere se 6 canali sono meglio di 100 o di 400? E’ una questione politicamente del tutto irrilevante: è il mercato che deve decidere se 6 canali sono meglio di 100 o di 400, a condizione però che si lascino fallire quelli che non funzionano, cosa che per il momento mi sembra che nessuno abbia voglia di fare.
Erik Lambert e Guido Vannucchi nel nostro giro di tavola hanno parlato dell’ “ombra di Banco”, ossia dell’attore più importante di tutta questa faccenda, che a mio avviso sono i nuovi entranti. Non conosco un’esperienza di rivoluzione industriale che non sia stata vinta dai nuovi entranti. Per definizione una grande mutazione è una situazione in cui chi c’è già viene sconfitto da chi non c’era. Perché chi non c’era è quello che arriva con le idee nuove. Se noi abbiamo un sistema ingessato che impedisce l’emergere dei nuovi entranti vuol dire che non vogliamo il cambiamento. E sono proprio questi nuovi entranti che non vedo sbocciare nel sistema televisivo europeo, allo stesso modo in cui fioriscono, invece, in quello degli Stati Uniti.
Sono cose che conosco molto male. Ma ciò mi porta sul piano puramente intuitivo ad avere la sensazione che l’Europa - e l’Italia con l’Europa - avrà la sua rivoluzione multimediale, ma che la televisione non ne sarà il veicolo. Penso che la rivoluzione multimediale in Europa verrà dal commercio elettronico, dalla finanza, dai servizi pubblici, dai servizi alle imprese, attraverso Internet. Poiché il sistema audiovisivo nel Vecchio Continente è rimasto dal punto di vista industriale molto arcaico, esso non potrà far altro che agganciarsi a servizi molto più dinamici che stanno arrivando e che saranno offerti ai consumatori europei attraverso altri canali della multimedialità che sono appunto quelli più spiccatamente commerciali ed economici.
Stefano Rolando
Grazie al Faraone che Ti ha consigliato. Se trasferiamo il teorema di Perissich sui sistemi politico istituzionali possiamo forse immaginare che il soggetto europeo costituisca un po’ il New Entry dal punto di vista delle regole rispetto ai vecchi soggetti nazionali che hanno gestito in maniera molto gelosa regole, autorità di regolazione e sistemi di controllo. La regola del New Entry forse può anche immaginare che lo spazio europeo sia uno spazio che si farà valere nelle regole della globalizzazione competitiva. Dò quindi la parola al Professor Monti.
Mario Monti
Non so se - come raccomanda il dottor Galli Zugaro -, il libro di cui oggi dibattiamo, si trovi sulla scrivania di tutti i componenti dell’Authority. Certamente si trova sulla scrivania di tutti in membri della Commissione Europea che si occupano di questi temi. E questo non solo perché uno degli autori nelle istituzioni europee è egli stesso tuttora percepito come un’istituzione.
I temi trattati nel libro sono effettivamente di grande utilità per chi deve porsi e si pone il problema degli assetti della regolamentazione in questa materia nell’Unione Europea.
Io toccherò con la brevità che l’ora impone tre profili che ci occupano e ci preoccupano a Bruxelles. Il primo si salda bene con l’ultimo punto dell’intervento di Riccardo Perissich. Sentiamo molto l’esigenza di creare le condizioni di insieme in materia di globalizzazione e di nuovi servizi della Società dell’Informazione, poiché il settore audiovisivo sarà in qualche modo sempre più collegato - grazie alla convergenza tecnologica - a questi nuovi servizi della Società dell’Informazione. Sentiamo molto l’esigenza di creare le condizioni di quadro per permettere ai Paesi dell’Unione Europea di affrontare la competizione nel mercato globale della Società dell’Informazione.
Le condizioni riguardano soprattutto:
• il perfezionamento del mercato unico: un quadro regolamentare unico e semplificato; • la liberalizzazione e l’apertura del mercato: libero acceso alle reti, accesso universale ai servizi; • la convergenza delle tecnologie fra audiovisivo, informatica e telecomunicazioni.
In materia di convergenza L’Unione Europea si propone di realizzare un sistema che metta in connessione tutte le diverse infrastrutture di rete: satelliti, reti via cavo, radiodiffusione terrestre, reti cellulari, ecc., per tutta una serie di servizi multimediali. Questo è un obiettivo di cui, percorrendo il libro, si comprende bene tutta la portata.
Le azioni della Commissione si propongono in questo particolare dominio 5 obiettivi:
Il primo è quello di dare certezza normativa al quadro europeo: le norme attuali sono state create in un contesto nazionale analogico e monomediale, individuando ogni possibile barriera. A questo fine abbiamo proposto - e il Consiglio dei Ministri lo ha approvato - un meccanismo di trasparenza che prevede una procedura di informazione preventiva per tutte le norme tecniche nazionali nel campo della Società dell’Informazione. Interpretando quello spirito di consapevolezza risultante dal fatto che, in queste materie, troppo spesso la regolamentazione arriva tardi, abbiamo cercato forme leggere di regolamentazione metodologica che impongono la notifica agli altri Stati membri e alla Commissione Europea di misure tecniche nazionali nel campo della Società dell’Informazione, capaci di ledere l’unicità del mercato, e, in tal caso, si interviene se si ritiene che vi sia questa lesione.
Il secondo obiettivo è di adattare il quadro giuridico esistente - e in particolare per quanto riguarda la proprietà intellettuale nei nuovi servizi -. Nel dicembre 1997 la Commissione ha presentato una Proposta di Direttiva con l’obiettivo di armonizzare il diritto d’autore nell’Unione Europea tenendo presenti le obbligazioni risultanti dai nuovi Trattati dell’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale. Altre iniziative sono in corso per quel che concerne il commercio elettronico e le firme digitali.
Il terzo obiettivo è quello di assicurare la protezione giuridica dei servizi ad accesso condizionato e cioè con remunerazione: servizi di radiodiffusione televisiva e sonora, servizi a distanza on line, che impegna gli Stati membri nella lotta contro la riproduzione illegale di decodificatori. Abbiamo presentato al Consiglio dei Ministri nel luglio 1997 una Proposta di Direttiva in tal senso.
Di questi primi tre orientamenti e misure che, rientrando nella competenza del mercato unico, mi hanno impegnato direttamente, credo di poter dire, non so se in antitesi o a complemento di quanto appena detto da Riccardo Perissich, che questi tipi di regolamentazione non mi sembrano affatto ridondanti ma strettamente necessari per creare a mio parere l’incentivo all’investimento nella Società dell’Informazione. In occasione di molti dibattiti con gli operatori della Società dell’Informazione è avvenuto qualcosa che gli economisti ritengono improbabile, ossia abbiamo visto i soggetti del mercato chiedere regolamentazione per avere un minimo di certezza giuridica propizia agli investimenti.
Al di fuori delle competenze del mercato unico in senso stretto, il quarto obiettivo è quello di assicurare mediante Direttive la liberalizzazione delle telecomunicazioni - soprattutto quella sulle infrastrutture entrata in vigore il 1 gennaio di quest’anno -, e, quinto ed ultimo obiettivo, affrontare la sfida tecnologica. E’ stato ricordato che il 3 dicembre scorso la Commissione ha presentato un Libro Verde per aprire un dibattito sull’impatto prevedibile della convergenza - e mi auguro che i contributi a questa consultazione siano ricchi anche da parte italiana.
Il secondo profilo che qui vorrei brevemente affrontare riguarda il fatto che la globalizzazione non implica l’omologazione dei contenuti. Il tema della specificità europea va vista in modo - se possibile - in modo diverso dalle quote. E sulla specificità europea il libro è ricco di riflessioni di fondo. Gli sviluppi in corso hanno implicazioni profonde sul sistema sociale: nuovi modi di lavorare, nuove mansioni, quindi conseguenze sull’occupazione e sul sistema culturale. Occorre trovare la dimensione europea ma anche salvaguardare la specificità europea.
La tutela dell’identità e della pluralità del patrimonio culturale a mio parere non deve essere in contraddizione con l’efficienza economica né tantomeno costituire un fattore di limitazione della concorrenza. I media credo abbiano anche il compito di custodire e di ribadire i valori sociali e culturali della nostra società, grande spazio comune che - se vogliano che non venga ben presto leso - non può unicamente essere ricondotto ad una nozione economica. Non c’è dubbio che le emittenti radiotelevisive sono chiamate a perseguire obiettivi di interesse generale e quindi a svolgere un ruolo di servizio pubblico - anche se è molto difficile definire esattamente rispetto ai contenuti quali obblighi ciò comporti per gli attori del mercato. Tuttavia - con l’integrazione dei diversi servizi derivante dalla convergenza -, diventa ancor più complicato valutare, in particolare l’obiettivo di evitare eventuali distorsioni nel mercato unico, quali di questi obblighi sono giustificati e quali invece sono in realtà motivati da considerazioni di carattere protezionistico. Le diverse norme che verrebbero adottate a livello nazionale - anche se adattate alle caratteristiche dei diversi settori -, potrebbero creare potenziali barriere alla fornitura di servizi integrati o alle operazioni intersettoriali.
Un discorso particolare dovrebbe essere svolto nei confronti delle emittenti audiovisive di servizio pubblico che devono rispondere ad esigenze - cito dal Protocollo 32 allegato al Trattato di Amstedam, ad esigenze democratiche, sociali e culturali di ogni società. Lo stesso protocollo va poi un po’ avanti nel riconoscere la legittimità di finanziamenti pubblici agli organismi di radiodiffusione nell’adempimento di missione di servizio pubblico conferita, definita e organizzata da ciascuno Stato membro. Quindi il Protocollo di Amsterdam introduce nuovi elementi di valutazione nella vexata quaestio della compatibilità del finanziamento pubblico della radiotelevisione nel mercato unico e ribadisce una specificità europea, cioè la responsabilità pubblica nell’affermazione e nella difesa delle esigenze sociali e culturali nei media anche come mezzo di tutela del pluralismo.
Quello del pluralismo è un tema difficilissimo al quale dedico il terzo e ultimo profilo del mio intervento. E’ un tema che ci preoccupa e sul quale di nuovo l’esplorazione e la lettura del libro sono di grande utilità. La società tecnologica con l’enorme moltiplicazione dell’offerta di per sé presenta grandi opportunità di pluralismo quali non erano mai state viste nel passato. Al tempo stesso questa la moltiplicazione dell’offerta è talmente elevata che, con la convergenza tra i diversi settori, la fruizione di questi servizi potrà diventare talmente sofisticata tecnologicamente da comportare una discriminazione nei confronti dell’utente. Tutto dipenderà dall’impacchettamento da parte del service provider del prodotto e naturalmente dal suo costo.
C’è quindi un problema di organizzazione del pluralismo. Questo è fondamentale. La tecnologia porta pluralismo ma è l’organizzazione del pluralismo e quindi la concreta possibilità della sua fruizione che comporta gravi rischi per la concorrenza. Forse saprete che ci siamo posti il problema di come l’Unione possa contribuire ad assicurare il pluralismo sul piano europeo: come cioè fare in modo che l’esistenza del mercato unico diventi un fattore incentivante del pluralismo e non venga, invece, frammentato da misure nazionali intese precisamente a conseguire e a tutelare il pluralismo. Nel corso della mia riflessione non conclusa su questo tema difficile e di cui nessuno meglio di può apprezzarne la difficoltà, mi sono reso conto che la rivoluzione tecnologica dell’era digitale impone una riconsiderazione degli strumenti per mettere in opera una tutela del pluralismo. Questo libro conferma che i tradizionali modi di misurazione del pluralismo devono essere riconsiderati.
Questo libro spiega questa trasformazione con l’immagine suggestiva del passaggio dalla clessidra al rombo. Nel sistema televisivo classico basato sul canone e sulla pubblicità il successo commerciale valutato sulla base dell’ascolto è centrato sul palinsesto, per cui tanti fornitori di contenuto bussano alla porta dei costruttori di palinsesto. La scelta viene effettuata dalle poche emittenti che irradiano i propri programmi in chiaro, ossia con accesso “free”, libero e rivolto a tutti coloro che si trovano nell’area di diffusione dei segnali. Vi è quindi un problema di pluralismo che in quelle condizioni può essere controllato validamente dall’audience.
Con l’avvento del nuovo ambiente multicanale digitale dove l’universo dell’offerta come abbiamo visto - e come è stato ben chiarito nel libro - è teoricamente infinito e dove le risorse vengono direttamente dall’utente finale, il controllo del pluralismo deve probabilmente avvenire diversamente. Nel nuovo mercato posizione dominante e pericolo per il pluralismo che continuano ad essere entità e preoccupazioni rilevanti, si producono in modo diverso. Si producono quando chi, a monte, detiene i diritti, si allea - o addirittura si identifica - con chi, a valle, controlla le chiavi di accesso e la gestione degli abbonati, nonché la tarrificazione dei servizi. L’imbuto infatti non è più rappresentato dal canale fisico di trasmissione, ma da chi a monte detiene la titolarità dei diritti dei programmi e a valle da chi controlla le chiavi di cifratura dei segnali televisivi a pagamento. Mi sembra quindi che - a questo stadio della riflessione (lo dico con circospezione e la difficoltà tecnica è grandissima per non parlare di quella politica ancora molte volte maggiore) - il controllo del pluralismo debba forse avvenire sempre di più attraverso il controllo della concentrazione e della concorrenza a questi due livelli che ho appena individuato.
Gli effetti positivi del maggiore pluralismo derivante dalla maggiore offerta che teoricamente offre spazio ai cosiddetti small players editori di nicchia di canali anche estremamente specializzati, questi effetti positivi possono essere vanificati dall’oligopolio di questi nuovi service provider. La Commissione Europea - credo di poterlo dire - è molto consapevole della nuova sfida posta alla politica di concorrenza e se, da un lato, intende continuare a favorire gli accordi che incoraggiano il progresso tecnico e l’ingresso di nuovi operatori sul mercato, intende però opporsi ovviamente agli accordi e alle fusioni che diano adito a posizioni dominanti.
Stefano Rolando
Ringrazio il Commissario Monti per questo suo articolato contributo. Si chiude in qualche modo così il cerchio alla domanda iniziale sollevata a Roma alla presentazione di questo libro da Giuliano Amato sulla natura del pluralismo possibile di fronte alle diversificazioni dell’offerta e la sua risposta problematizza questo tema, ma offre molti spunti per proseguire la discussione. Il dibattito è stato molto vasto e serrato ma certo non si conclude qui.
Bino Olivi
La risposta dovrebbe essere molto circostanziata e quindi molto lunga. Data l’ora rinuncio. Se mi è concesso mi limito - ringraziando il Commissario Monti e tutti i partecipanti anche a nome di Bruno Somalvico - ad indicare due parole su quel che non c’è nel libro. Oggi sarei tentato di introdurre alcune considerazioni di ordine generale che mi sono state sollecitate da un altro libro di un autore che non è presente. Non dovrei dunque parlarne, ma egli è stato effettivamente molto discusso negli ultimi tempi e ha riscosso molte approvazioni nelle sue grandi linee, perché affermava grandi principi. Mi riferisco ad Homo videns del nostro amico Giovanni Sartori. Secondo il politologo, l’homo videns ormai avrebbe sostituito - sarebbe una questione d’ordine puramente temporale o comunque generazionale - l’homo sapiens. Sartori fa una dichiarazione di antropologia sociologica o di sociologia antropologica che mi sembra molto grave e contro la quale il contenuto del nostro libro si pone in senso preciso. Facciamo infatti il punto attuale di una situazione che per i suoi sviluppi rimette definitivamente in soffitta l’idea che vi sia un villaggio globale e che in questo villaggio globale si possa intravedere un Homo videns ossia un uomo che non è più un uomo di cultura perché la sua cultura risiede nell’immagine e l’immagine secondo quanto sostiene Sartori non fa cultura. Queste teorie millenaristiche non mi sembrano fondate e non valgono comunque in situazioni di transizione come quella attuale nella quale si tende a rimettere in discussione il villaggio globale.
Se mi sono permesso di chiamare in ballo il libro di Sartori e dichiarare in due parole quanto avrei invece voluto approfondire in contraddizione con questa visione disperata della condizione umana dopo il trionfo della televisione, è perché ritengo proprio che questa complessa e sin troppo lunga transizione di cui non si intravede ancora il risultato finale, ma di cui emergono peraltro alcune direttive e alcune tendenze, vada in direzione opposta a quella indicata nella conclusione di Giovanni Sartori. Se ci sarà data la possibilità di rivedere ed aggiornare questo libro - forse troppo analitico -, esso sarà introdotto o concluso con un richiamo ai grandi principi, per i quali la cultura non muore con l’immagine. L’immagine totalitaria non è la visione del domani e non è prevedibile allo stato attuale dell’evoluzione tecnologica. Oggi la tecnologia, caro Ingegner Vannucchi, ci aiuta ad essere ottimisti anche in questo punto.