(Lugano, febbraio 2004)
Manuela Camponovo. Nel libro che Lei ha scritto con Bino Olivi La Nuova Babele elettronica. Dalla globalizzazione delle comunicazioni alla società dell’informazione, si afferma comunque che “secondo alcuni esperti lo sviluppo della televisione digitale sarà lento, e comunque incommensurabilmente meno rapido di quello delle tecnologie Internet...” In senso generale: qual è il nodo da sciogliere? La società fatica a star dietro alle innovazioni: È una questione di evoluzione sociale che va di pari passo con il ricambio generazionale? In fondo è soprattutto un pubblico anziano, fruitore passivo e tradizionalista che guarda la tv generalista, mentre i giovani sembrano preferire altre modalità comunicative (il loro dilagante successo degli SMS ha colto di sorpresa coloro che li avevano introdotti come un semplice servizio opzionale...).
Somalvico. Non bisogna generalizzare né avere una visione lineare e deterministica dello sviluppo tecnologico. Non serve peraltro a nulla essere né tecnofobi né tecnofili. Occorre analizzare caso per caso gli effetti e i comportamenti della popolazione tenendo conto di diversi fattori critici che possono sancire il fallimento o il successo di un nuovo servizio. La reazione del mercato determina i comportamenti e le strategie di sviluppo tecnologico da parte delle imprese ma non è l’unica incognita. Né la fortuna di un prodotto o di un servizio può essere in assoluto ascrivibile alla domanda e alla reazione degli acquirenti. Ricordo sempre ai miei allievi la sventura di chi inventò negli anni Venti una lampadina che non fulminava. Le industrie elettriche statunitense lo riempirono d’oro, gli assicurarono una vita da Nababbo ai Caraibi a patto che non brevettasse e realizzasse la sua invenzione. Non si può quindi avere una fiducia assoluta nel mercato. Un approccio critico, scevro da ideologie e in fondo disincantato come quello che uno storico del nostro tempo aspira ad avere non deve nemmeno accontentarsi dei sofisticati mezzi di analisi statistica, dei sondaggi e delle analisi sui comportamenti degli individui. Per fortuna non sono uguali, variano in funzione di diversi fattori, anche legati a fattori irrazionali, emotivi, oltre che legati alle effettive capacità d’uso. Oltre che con le logiche del mercato e del profitto che si possono più o meno apprezzare ma con cui dobbiamo comunque fare i conti, i comportamenti dei consumatori cozzano spesso con i sogni degli ingegneri e degli inventori.
Quest’avvio di millennio è caratterizzato dall’imprevedibilità, dall’incertezza su un futuro che – almeno in apparenza - non può essere più pianificato né a medio né a lungo termine. Ciò non significa che non si debbano fare accurati studi di previsione a 15–20 anni che vadano quindi al di là dell’arco temporale della ricerca applicata di un’impresa e che esulino quindi dai rischi di spionaggio industriale. MA Spesso – Lei ha perfettamente ragione - le innovazioni falliscono per errate previsioni sulla effettiva disponibilità di adeguamento della domanda. Internet non è un medium ma un’infrastruttura di reti dotata di protocolli molto più flessibili rispetto a quelli che trasmettono i segnali televisivi e che consentono a questa ragnatela di reti di interfacciarsi tra di loro e di coprire tutto il mondo.
Internet ha sì consentito la globalizzazione, e cioè l’effetto combinato della caduta delle barriere spaziali e di quelle temporali, ovvero quello che uno storico cattolico francese ha definito la simultaneità nell’istantaneità, ma non ha di per sé con una bacchetta magica messo tutti i cittadini nelle condizioni di essere allacciati al nostro pianeta. Una televisione come CNN, con una diffusione molto più capillare, era riuscito a farlo sin dai tempi della Guerra del Golfo, quando i segnali televisivi via satellite erano peraltro trasmessi ancora in tecnologia analogica, ovvero nei tradizionali standard televisivi che dovremo abbandonare nei prossimi anni. Ma sarà molto difficile la migrazione della televisione verso quell’universo digitale nel quale Internet era nata ormai oltre 30 anni fa.
Camponovo. Nel volume sostenete che il passaggio all’interattività è difficile. Così nemmeno in America la tv interattiva, la convergenza tra media televisivo e computer sono decollate. E anche per quanto riguarda la rivoluzione digitale promessa dalle legge Gasparri c’è chi frena gli entusiasmi sui tempi di reale attuazione, considerandoli troppo ottimistici. Tutto dipenderà da quanti decoder entreranno nelle case degli italiani entro il 30 aprile. Ma d’altra parte se, per ora non ci saranno innovazioni sui contenuti, ma solo un riciclo di vecchi programmi, chi li convincerà a farlo? sembra un circolo vizioso...
Somalvico: Anche qui bisogna avere una visione di sistema per non rimanere prigionieri di questioni di lana caprina, quali sapere se sia nato prima l’uovo oppure la gallina. La sua domanda richiede una risposta analitica in grado di affrontare due problemi con molti punti comuni ma che per comodità voglio tenere distinti: quello degli effetti della convergenza, e quello dei tempi della transizione della televisione verso quella che lei ha chiamato rivoluzione digitale.
Nel libro ricordiamo che oggi viviamo il tempo della globalizzazione. Internet ne è il volto. Ha da anni reso evidente che anche la comunicazione diventava globale. Ma la tv resta al centro del gioco, al giro di boa di una difficile transizione verso la società dell'informazione. Innanzitutto diciamo chiaramente che sono falliti alcuni matrimoni fra internet e la tv ma questo non ha impedito - anzi per certi versi ha rafforzato - i fenomeni di concentrazione nell’editoria, dove, al contrario, sono proseguiti i processi di integrazione orizzontale fra carta stampata radio televisione cinema ed editoria elettronica.
Oggi un grande editore diventa “molti-mediale” perché può distribuire i suoi prodotti su tutti questi strumenti di comunicazione utilizzando un più ampio numero di piattaforme distributive: l’edicola, le librerie e i negozi specializzati nella vendita e nell’affitto di prodotti home video e audio, le sale cinematografiche, la radio, la televisione in chiaro, la televisione a pagamento, i siti web e persino i videotelefonini e i nuovi terminali multimediali mobili. Esiste dunque un’effettiva convergenza tecnologica delle infrastrutture di rete, si può ricevere segnali radiotelevisivi sulle reti bidirezionali di telecomunicazione e viceversa trasmettere servizi telematici sulle reti unidirezionali di radiodiffusione circolare. Ma ciò non significa ancora una convergenza di prodotti tv e telecomunicazioni se non su segmenti di nicchia. Di regola si guarda la tv in salotto e non sul computer da tavolo, né, almeno per ora, su un orologio da polso e seri dubbi sussistono sull’impatto della televisione sui nuovi videofonini.
Non esiste dunque almeno oggi una convergenza delle imprese né delle modalità d’uso da parte degli utenti. Quindici anni fa il compianto Robert Maxwell parlava di dieci sorelle della comunicazione ma non pensava ancora alla convergenza. Oggi, dopo la Caporetto finanziaria della New Economy e di quegli imprenditori che hanno puntato tutto sulla convergenza delle imprese editoriali con quelle delle telecomunicazioni, tutti hanno dovuto rassegnarsi: gli interesse degli uni sono divergenti da quelli degli altri: il mestiere di acquisire reti, di vendere o affittare capacità fisiche di trasmissione, e di generare traffico su tali infrastrutture è diverso da quello di ideare, produrre, distribuire nelle migliori condizioni e con i più svariati formati, e contemporaneamente tutelare prodotti tipici dell’ingegno come i prodotti dell’ingegno.
Un grande editore come Murdoch ne è uscito quasi indenne perché negli anni si è diversificato sul fronte dei contenuti comprando i giornali non le industrie produttrici delle rotative, promovendo emittenti televisive finanziate dalla pubblicità e dagli abbonamenti senza acquisirne gli impianti di trasmissione, acquistando società di produzione e di distribuzione cinematografica e televisiva, e diversificandosi nella televisione tematica e solo in minima misura su Internet e comunque quasi esclusivamente come editore elettronico di siti web. Insomma Murdoch è stato un grande content provider il primo fornitore di contenuti su scala globale, rinunciando ad essere network provider, ossia anche proprietario o operatore di rete.
Per quanto riguarda il secondo risvolto della sua domanda, relativo alla difficile transizione della televisione dall’universo dei segnali analogici a quello digitale e interattivo, si tratta di un processo ineluttabile ma non per questo anche in questo caso lineare e facilmente quantificabile in termini temporali. Tre anni fa ho coordinato al Ministero delle Comunicazioni un gruppo di lavoro dedicato proprio alla televisione digitale terrestre. Va detto subito che l’Italia è giudicato il Paese europeo con il mercato televisivo più promettente per la diffusione digitale terrestre. In effetti la televisione terrestre continua ad interessare circa tre famiglie italiane su quattro mentre in Germania interessa solo una famiglia su dieci. La migrazione al digitale viene considerata “inevitabile” e “allettante” ma anche piena di incognite.
Cinque variabili ne condizionano il processo in senso positivo o negativo. Il grado di occupazione dello spettro radioelettrico è certo il primo fattore alla base della difficile transizione italiana. Esso rende tecnicamente complesso il reperimento delle risorse trasmissive per l’avvio di nuovi programmi a fianco di quelli tradizionali con serie ripercussioni sullo sviluppo del nuovo mercato televisivo digitale terrestre. L’assenza di frequenze libere ha costretto da un lato i cosiddetti incumbent, ossia Rai, Mediaset ed anche Telecom Italia (proprietaria de La Sette), ad acquisire nuove frequenze cedute dalle tv locali. Dall’altro essa ha impedito almeno in questa prima fase l’ingresso di nuovi soggetti con il rischio di estendere l’attuale duopolio anche al digitale terrestre,
In secondo luogo incidono i diversi livelli di sviluppo delle altre piattaforme tecnologiche per la diffusione e distribuzione di programmi televisivi. Le reti via satellite in Italia diffondono ricche offerte a pagamento molto attrattive mentre sono ancora irrilevanti le reti via cavo a banda larga, che in Paesi come la Germania e la Svizzera sono invece diventate progressivamente le reti primarie per la televisione assicurandone l’accesso generalizzato e rendendo quindi meno complessa la transizione sulle reti terrestri.
Va poi naturalmente considerata la struttura generale dell’offerta televisiva e in particolare il numero in Italia molto elevato delle emittenti televisive analogiche ricevibili con le antenne radiali terrestri. Essa costituisce un terzo indice di appetibilità per il consumatore italiano potenzialmente molto meno attratto verso la televisione digitale terrestre rispetto a paesi come la Germania, il Regno Unito e la Francia che continuano ad offrire sulle reti terrestri solo 3, 5 o al massimo 6 canali televisivi analogici con il vantaggio di poter meglio utilizzare lo spettro delle frequenze disponibili nella fase di transizione e di coesistenza fra segnali analogici e segnali digitali o di doppia illuminazione (il cosiddetto simulcast).
In quarto luogo incidono le regole del gioco e le politiche adottate dai governi su scala nazionale o come in Germania dai singoli Laender. Un fattore critico di successo sono in particolare le misure orientate al servizio di pubblica utilità sociale e quelle tese a sviluppare la concorrenza nel mercato evitando il consolidamento delle posizioni dominanti. Sotto questo profilo non è irrilevante il ruolo del servizio pubblico e i fondi di cui potrebbe disporre grazie ad eventuali incrementi del canone e ad altri fondi pubblici come avvenuto in Germania e nel Regno Unito per finanziare i nuovi programmi. Sembrano risultare, invece, più incerti altri modelli di finanziamento derivanti da prospettive di forte crescita della pubblicità – un mercato ormai maturo e saturo - o degli abbonamenti a servizi a pagamento - anche perché sono fallite le piattaforme digitali terrestri a pagamento sia nel Regno Unito sia in Spagna a causa anche della concorrenza su questo terreno delle ben più attrattive piattaforme via satellite - .
Infine last but not least sono decisivi i tempi di reazione e le capacità di spesa del consumatore stimati mediamente in dieci anni per assicurare una completa adozione dei nuovi apparati. Se verrà reiterato anche nei prossimi anni l’attuale contributo all’acquisto dei decodificatori digitali terrestri pari a 150 euro stabilito nella legge finanziaria per il 2004, possiamo ipotizzare di ridurre a 8 gli anni necessari. In ogni caso, anche qualora venisse assicurata progressivamente un’offerta più attraente rispetto a quella avviata dal 1 gennaio 2004, è difficile prevedere uno spegnimento definitivo delle trasmissioni analogiche prima del 2010, e del tutto impensabile che esso si possa effettuare entro il 31 dicembre 2006 come previsto dalla Legge italiana approvata nel 2001 dal governo di centro-sinistra e confermata dalla Legge Gasparri. Se così non fosse Rete Quattro non sarebbe preoccupata dalla prospettiva di dover andare sul satellite dopo il 30 aprile in base al decreto legge approvato dal governo a Capodanno. A Rete Quattro basterebbe una proroga per i prossimi due anni ma tutti sanno che il 2006 non può più essere visto come un terminus ad quem invalicabile e che costringerebbe tutte le emittenti ad abbandonare le trasmissioni analogiche, ma come un terminus a quo, ovvero come la data effettiva di avvio della televisione digitale terrestre e forse anche dei nuovi servizi interattivi tanto declamati nei convegni, ma sinora …inattivi.
Camponovo Altra questione fondamentale che sono alla base poi dei rischi legati ad un sempre maggiore fossato tecnologico, resta la necessità di rendere accessibili queste nuove tecnologie a tutti, sia dal punto di vista per così dire cognitivo, cioè sotto il profilo della capacità effettiva di utilizzarle, sia dal punto di vista economico, cioè di renderle così a buon mercato, in modo che anche i più poveri possano accedervi... Altrimenti il rischio è quello di creare da una parte una elite privilegiata e dall’altra una massa sempre più ampia di esclusi…
Somalvico. Si tratta di estendere il concetto di servizio universale e di servizio pubblico alla società dell’informazione. Garantire il servizio universale al telefono era un problema di investimenti infrastrutturali tesi a garantire l’accesso al telefono anche in zone economicamente non remunerative. Era un costo per garantire l’accesso non discriminatorio ad un servizio anche per chi abitava fuori dai centri abitati. Lo stesso principio è stato poi adottato per assicurare progressivamente a tutti le trasmissioni radiofoniche e poi televisive del servizio pubblico, anche qui previo pagamento di una tassa sul possesso dell’apparecchio. Il telefono era facile da usare, bastava riconoscere i numeri sulla tastiera, e lo stesso si può dire per la radio o per il televisore classico oggi azionato da un telecomando.
I problemi sono incominciati quando è apparso il videoregistratore e sono cresciuti quando il computer dopo essere rimasto a lungo solo nei centri di ricerca ed eventualmente nelle aziende più avanzate ha cominciato a fare il suo ingresso nelle case. E’ infine esploso quando è arrivato in casa Internet. Per questa ragione parlavo dell’importanza di misure di accompagnamento alla sostituzione degli apparati domestici. Non basta sussidiare i decoder o annunciare la possibilità di pagare da casa la bolletta della luce o di riscuotere la pensione attraverso il televisore. Occorre da un lato che queste operazioni siano semplici e facili come il teletext altrimenti cresce la frattura numerica, il cosiddetto “digital divide”. Si pone altresì il problema di rilanciare la missione di educazione e di alfabetizzazione del servizio pubblico radiotelevisivo. La BBC lo ha già fatto con “Il computer non morde!”. La Rai deve adattare ai nuovi linguaggi le lezioni di italiano del Maestro Manzi nel suo celebre programma Non è mai troppo tardi
Camponovo Al di là del discorso sulla tv di servizi per chi poi sarà in grado di usufruirne e interagire con essa come se si trattasse di un computer, passiamo ai contenuti propriamente televisivi? Una maggiore (o infinita) quantità di programmi porta a migliorare la qualità o comunque a creare un pubblico meno pigro e condizionato dalla molta spazzatura propinata dalla tv generalista che, spesso, come succede in Italia con la Rai, viene meno al suo mandato pubblico per adeguarsi ai criteri commerciali delle reti concorrenti? Oppure le offerte che passano attraverso i programmi a pagamento o su richiesta, la possibilità di creare i propri palinsesti, porta comunque alla creazione di due mercati, uno con molte nicchie qualitative, per i raffinati (che chiedono magari opera, teatro o cinema d’autore, per esempio) e chi invece preferisce ancora una spazzatura generalista e omologante?
Somalvico: E’ una domanda complessa. Di fronte alla frammentazione dell’offerta come garantire una coesione sociale, come ricomporre la domanda dei cittadini che abitano in una determinata comunità? E’ una sfida ancora possibile per riqualificare il servizio pubblico nella società dell’informazione o la sua missione si è ormai esaurita? Sono risposte alle quali uno Stato moderno non dovrebbe sottrarsi. La politica dovrebbe pronunciarsi sugli indirizzi generali, lasciando la gestione ai professionisti. Per parte mia non mi sottraggo.
Credo che non dobbiamo realizzare nuove reti tematiche affettando la tv generalista, ma realizzare nuove collane editoriali radicalmente diverse che si vadano ad affiancare e se possibile contribuiscano a ridefinire a ricollocare la televisione generalista nell’universo digitale.
Nel libro ipotizziamo nei prossimi decenni lo sviluppo di un portale televisivo che è la versione elettronica del catalogo di un editore che troviamo in libreria o del catalogo che consultiamo prima di consultare un libro in biblioteca. Consulteremo da casa delle eidoteche, dei cataloghi per tutti quei programmi televisivi che come un film o un brano musicale sono ad utilità ripetuta ovvero possono essere fruiti in momenti diversi. A questo dovrebbero servire soprattutto le tecnologie interattive, a consultare - come oggi avviene sul computer - dei cataloghi, e a richiamare i programmi prescelti sul proprio schermo.
Ma anche in questo caso serve una guida, una bussola, un Virgilio in grado di accompagnare gli utenti più sprovveduti in questo portale che potrebbe anch’esso apparire come un’immensa Babele nella quale è difficile raccapezzarsi. Per questo al posto dei canali televisivi classici lineari l’editore dovrà realizzare accattivanti collane sia di tascabili e di classici sia delle novità dei prodotti “in cofanetto”. Questa televisione a richiesta con lo sviluppo delle reti a banda larga dovrebbe sposare la flessibilità di Internet pur essendo destinata ad una fruizione in poltrona. Ma non è più una televisione di palinsesto, ossia non è più una televisione a fruizione lineare con una rigida programmazione in determinate fasce orarie.
La televisione post-generalista in grado di catturare l’attenzione di numeri elevati di telespettatori sarà invece caratterizzata da una programmazione ad utilità immediata. Ciò che la caratterizzerà sarà infatti di vivere al ritmo della globalizzazione e della caduta delle barriere spaziali e temporali, ovvero in tempo reale, scandendo la vita di una determinata piccola comunità come quella di una Regione italiana o del Canton Ticino, di un Paese come l’Italia, di un’entità sopranazionale come il nostro continente europeo o dell’intero pianeta. L’informazione in tempo reale seguita da approfondimenti possibilmente anch’essi in diretta, lo sport, la meteorologia e i grandi eventi costituiranno l’architrave dei nuovi palinsesti post-generalisti e di reti televisive specializzate.
Camponovo. Ad un certo punto si osserva che attraverso la globalizzazione non per forza si deve assistere ad una generalizzata uniformità mondiale dei programmi ma all’adeguamento degli stessi ai differenti mercati, salvaguardando gusti e identità del popolo che li fruisce: è una speranza o una realtà? Perché è vero che i format portano ad un certo adeguamento dei programmi ma mi sembra che sia la qualità sia l’identità c’entrino poco con il fatto ad esempio che il format di un quiz me lo ritrovo in tutto il mondo, così come i vari reality show o la tv delle disgrazie e dei piagnistei...
Somalvico. La televisione commerciale crea platee per gli inserzionisti. Diversi format da lei citati creano numeri interessanti e sono destinati a rimanere a lungo su queste emittenti, ci piaccia o non ci piaccia. Allo stesso modo finché troveranno il loro tornaconto sussisteranno tv tematiche a basso valore aggiunto e scarsamente innovative.
La questione non è quella dei format - che possono peraltro essere più o meno bene realizzati da paese a paese ed apparire attrattivi rispondendo ai gusti dei telespettatori che non sono gli stessi ma variano da paese a paese - ma investe il ruolo del servizio pubblico. La BBC proprio in questi giorni ha ottenuto un grande riconoscimento negli Stati Uniti. Non l’avrebbe ottenuto se non fosse riuscita a combinare la qualità dovuta dalla sua missione di servizio pubblico con la qualità percepita dal pubblico d’Oltre Oceano.
Da anni sostengo la necessità di una ridefinizione delle sue missioni, pena il suo gioioso suicidio, magari non immediato ma lento e inesorabile. Prendiamo il caso della Rai. Di fronte alla frammentazione dell’offerta televisiva nel nuovo ambiente multicanale per la Rai non è sufficiente promuovere una strategia di aggiornamento e di riconfezione editoriale. La Rai deve procedere ad una rifondazione del servizio pubblico in grado di continuare ad assicurare un ruolo di coesione sociale, vivendo in tempo reale al ritmo della comunità nazionale, ma anche delle diverse realtà regionali e locali e nello stesso tempo dell’Europa e del mondo rispondendo positivamente alle sfide della globalizzazione. Questa rifondazione passa innanzitutto attraverso la ridefinizione delle tradizionali missioni del servizio pubblico che per molti versi non sono più una prerogativa della Rai ma investono l’intero sistema televisivo. Si tratta di capire come possa assolvere ad un nuovo ruolo di educazione e di alfabetizzazione ai nuovi linguaggi del computer che potranno in futuro forse anche essere fruiti sul televisore multimediale interattivo. Ma soprattutto il servizio pubblico deve rilanciarsi sulla sperimentazione di nuovi format originali e sulla ricerca della qualità, offrendo nei propri palinsesti qualcosa di più fresco, di inedito e di diverso a telespettatori sempre più esigenti.
La Rai è rimasta troppo a lungo uno strano "ircocervo", metà servizio pubblico, metà impresa, incapace di risolvere questa contraddizione e, per molti versi prigioniera delle proprie risorse tradizionali. E' rimasta due volte prigioniera, innanzitutto del canone, essendo incapace di trovare altre risorse indirette di finanziamento. Poi è diventata prigioniera anche della pubblicità e quindi della competizione sull'ascolto, essendo rimasta altresì a lungo nell'impossibilità di trovare nuovi e più avanzati segmenti di mercato come la pay-tv, tali da fornire quelle nuove risorse dirette decisive per assicurarle dimensioni adeguate alla nuova competizione. Finiva così per apparire sempre meno servizio pubblico senza mai riuscire ad essere una vera e propria impresa. La migrazione al digitale deve essere l’occasione per imboccare un nuovo corso, quello di un’autentica rifondazione della sua missione fondamentale nella nuova società dell’informazione. Ne è in gioco la sua sopravvivenza.
Camponovo. Come si concilia la salvaguardia delle identità anche di pensiero, ovvero il pluralismo con l’allentamento dei vincoli antitrust, strada che voi dite necessaria e che, a parte l’eccezionalità della situazione italiana, sta portando ovunque ad una concentrazione di imprese che riuniscono operatori dei vari settori della multimedialità?
Somalvico: La storia delle imprese americane può essere vista come un susseguirsi di processi di formazione di nuovi trust e di provvedimenti per dissolverli. Ma ciononostante il processo di concentrazione continua. Ricordavo all’inizio la previsione di Robert Maxwell di dieci sorelle della comunicazione. Oggi esse sono sette o forse anche meno dopo le tempeste della New Economy. Il fatto è che fra le attuali cinque, sei o sette sorelle della comunicazione gli Stati Uniti risultano assolutamente dominanti. Aol-Time Warner, Disney, Viacom, ATT-Comcast sono americane. Altre come Sony Columbia, News Corporation, Vivendi Universal o quel che ne rimane, e lo stesso gruppo editoriale d’origine europea Bertelsmann, sono largamente diretti da management statunitense. Insieme a Microsoft e IBM sono certamente i padroni del vapore della società dell’informazione.
Paradossalmente l’irrisolta questione del conflitto di interesse che tocca il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che continua ad essere l’azionista principale di riferimento del gruppo televisivo Mediaset pesa sul futuro innanzitutto del cosiddetto duopolio, ovverosia di Rai e di Mediaset che si trovano a fare i conti non solo con i nuovi attori che prima o poi faranno il loro ingresso nel digitale terrestre, ma anche con un gruppo di taglia medio-grande come Telecom Italia, oggi con una presenza televisiva ridotta. In effetti sia Mediaset - che non riesce ad espandersi sui mercati internazionali proprio a causa dell’irrisolto problema del conflitto di interessi - sia la Rai - che chiede certezza nelle sue risorse e sul suo assetto organizzativo e proprietario dopo 10 anni di forte instabilità che ne hanno condizionato l’azione e che pesano sul suo avvenire – si trovano a fare i conti con Murdoch.
La nuova piattaforma digitale a pagamento via satellite nata dalla fusione fra Tele Più e Stream, Sky Italia – controllata da News Corporation e con Telecom Italia che controlla una quota di minoranza – dispone di un centinaio di canali televisivi. Oltre 5 milioni di famiglie televisive italiane collegate ad un impianto via satellite o via cavo costituiscono un mercato che interessa oggi soprattutto la pay tv ma che potrebbe anche interessare gli inserzionisti del mercato della tv in chiaro ad accesso libero.
Negli ultimi due anni lo scenario televisivo italiano è cambiato o meglio è cambiata la percezione di uno scenario largamente annunciato. E’ definitivamente finito il duopolio televisivo generalista terrestre Rai-Mediaset, figlio di un mercato nazionale rimasto protetto. Siamo ormai entrati in un sistema televisivo bi-piattaforma (tv terrestre e tv satellitare) formato da un triopolio, ovvero da una nuova struttura bicefala asimmetrica. Da un lato abbiamo un vecchio duopolio formato da due “giganti nani” come Rai e Mediaset costretti oltretutto a fare i conti con il declino lento ma inesorabile degli ascolti della tv generalista. Dall’altro lato abbiamo News Corporation, una delle sette sorelle della comunicazione, azionista di riferimento di Sky Italia con vocazione a presiedere (come leader assoluto mondiale) il mercato delle piattaforme e dei canali digitali satellitari a pagamento di film e di sport, la distribuzione di canali tematici basic (documentari, musica, giovani e bambini), e in taluni paesi la televisione generalista (Murdoch controlla il quarto network americano Fox) e reti di informazione all news fra le quali Fox News, Sky News e SkyTG24.
Abbiamo dunque una duplice asimmetria in questo triopolio: a) asimmetria sui mercati di riferimento, ossia sulle aree alle quali rivolgono i propri servizi televisivi: Rai e Mediaset (ad accezione di Telecinco) operano solo in ambito nazionale da un lato; Murdoch è invece un operatore televisivo globale dall’altro lato del triopolio; b) asimmetria sul mercato dell’offerta di contenuti.
I primi sono specializzati nella tv generalista e solo negli ultimi anni e in maniera ancora assai marginale hanno iniziato ad avviare reti tematiche e, più recentemente portali Internet e servizi per i nuovi telefonini. Il secondo è un colosso di imprese orizzontalmente integrate nell’universo dei contenuti: carta stampata, televisione generalista free-to-air, tv tematica, pay tv premium, cinema, siti web e oggi anche servizi interattivi, attraverso alleanze ma non integrazioni verticali con le industrie delle telecomunicazioni (avendo prudentemente rinunciato alle dispendiose avventure nella New Economy costate caro a Time Warner e che hanno causato ad esempio il fallimento della strategia di integrazione di Canal Plus nella conglomerata Vivendi Universal.
In questo quadro va vista la questione del pluralismo tenendo conto non solo dell’irrisolto conflitto di interessi ma anche di questa inedita e duplice asimmetria e non solo di aspetti più simbolici che sostanziali come la questione di Rete Quattro e di Rai Tre senza pubblicità. Occorre essere consapevoli che al di là di Rai e di Mediaset, pochi altri gruppi provenienti dalle telecomunicazioni come Telecom Italia attraverso Telecom Italia Media potranno avere un ruolo nel nuovo ambiente multimediale interattivo e che pochi altri gruppi provenienti dalla carta stampata potranno accedere ai nuovi mercati televisivi e multimediali. Nel mercato televisivo digitale terrestre potranno esercitare un ruolo importante per la crescita del pluralismo in ambito nazionale e locale, ma, come imprese rischiano un ruolo da comprimari in un mercato ormai globale come quello delle comunicazioni elettroniche a distanza.